29.12.06

LA FEDE NELLA RAGIONE


Rodney Stark ha dedicato i suoi studi alla religiosità americana attuale. Di qui l'intuizione che i tratti distintivi della società americana - l'apertura al nuovo, il rispetto della legge, la fede nella ragione, il culto della libertà - avessero a che fare con la sua tradizione religiosa; e poi la verifica rigorosa di quest'ipotesi. Nasce così un primo libro - The rise of christianity, Le origini della cristianità - in cui osserva come il successo di quell' «oscuro, marginale movimento di Gesù» non è dovuto ad altro che a una concezione della vita che ribalta il pessimismo antico in una solare letizia fondata sulla certezza della bontà e razionalità del creato. Dopo The glory of God, che tante critiche gli ha attirato per il modo in cui, laicamente, ribalta certi luoghi comuni della storiografia anticattolica, prosegue la sua indagine con The victory of reason. Il testo si interroga sui motivi per cui l'indagine scientifica, le istituzioni democratiche, l'economia di mercato si sono sviluppate in Europa e non altrove.
La risposta, ancora una volta, è la medesima: è il cattolicesimo che ha condotto a quella triplice "vittoria della ragione" - scienza, democrazia, capitalismo - di cui va fiero il mondo moderno. Contro le immagini correnti che lo identificano con un cieco fideismo, infatti, il pensiero cattolico è una litania di lodi alla ragione: «La ragione è cosa di Dio» (Tertulliano); «non pensiate che queste cose si debbano ricevere solamente attraverso la fede, ma devono anche essere asserite dalla ragione» (san Clemente Alessandrino); «lontano da noi il credere che Dio abbia in odio la facoltà della ragione, dal momento che non potremmo neppure credere se non avessimo un'anima razionale» (sant'Agostino). Anzi, il cristianesimo porta il logos fuori dal recinto in cui l'avevano confinato i Greci, convinti che razionale fosse solo il cielo iperuranio con le sue sfere perfette, mentre il mondo sublunare era il regno del caos; solo con l'idea di creazione a opera di un Dio razionale la Terra diventa accessibile al pensiero». Di più: la fede nella ragione porta con sé l'idea di progresso. Mentre nelle altre religioni l'età dell'oro è irrimediabilmente alle spalle, e ogni novità è male, in Occidente ogni nuova scoperta è un approfondimento della conoscenza di Dio, tanto della sua parola rivelata quanto di quella impressa nel mondo: teologia e scienza sono entrambe imprese progressive, che portano a una comprensione sempre più adeguata - ma mai esaurita - del mistero di Dio nella sua parola e nelle sue opere.
Sorgono da qui i progressi della scienza medievale, che arrivò a formulare nel Trecento il principio d'inerzia (Buridano) e ad applicarlo al possibile moto della Terra (Nicola d'Oresme). «Copernico fece semplicemente il successivo, implicito passo, e non fu altro che il culmine del graduale progresso innescato nei secoli precedenti». Infatti, «nei cosiddetti secoli bui il progresso fu tale che, non più tardi del XIII secolo, l'Europa si era spinta ben oltre Roma, la Grecia e il resto del mondo. Perché? Principalmente perché il cristianesimo insegnava che il progresso era "normale" e che "nuove invenzioni sarebbero sempre state prossime"». (tempi)