6.9.16

IL VERO ERRORE E' IL MATERIALISMO

Marx non ha solo mancato di ideare gli ordinamenti necessari per il nuovo mondo – di questi, infatti, non doveva più esserci bisogno. Che egli di ciò non dica nulla, è logica conseguenza della sua impostazione. Il suo errore sta più in profondità. Egli ha dimenticato che l'uomo rimane sempre uomo. Ha dimenticato l'uomo e ha dimenticato la sua libertà. Ha dimenticato che la libertà rimane sempre libertà, anche per il male. Credeva che, una volta messa a posto l'economia, tutto sarebbe stato a posto. Il suo vero errore è il materialismo: l'uomo, infatti, non è solo il prodotto di condizioni economiche e non è possibile risanarlo solamente dall'esterno creando condizioni economiche favorevoli. (dall'enciclica Spe salvi, 30 novembre 2007)

20.1.16

L'OBBEDIENZA DISTRUTTIVA

Cosa ha portato centinaia di uomini ordinari, né sadici né particolarmente malvagi, a perpetrare gli orrori dell’Olocausto? Da questa domanda e dal noto caso Eichmann già oggetto delle riflessione di Hannah Arendt, si parte per indagare sui potenti meccanismi psicologici di auto-assoluzione e auto-convincimento che si attivano quando ci viene ordinato di compiere un’azione moralmente inaccettabile. In questi casi, l’obbedienza e la deferenza a un’autorità superiore divengono un antidoto ‘distruttivo’ alla propria coscienza.

12.3.15

PROPORZIONALE O MAGGIORITARIO


Il celebre articolo del 1944, con le considerazioni classiche sull'intrinseca giustizia del sistema maggioritario
Luigi Einaudi - CONTRO LA PROPORZIONALE 

Ogni opinione, secondo i fautori del sistema della rappresentanza proporzionale, ha diritto di essere rappresentata nei parlamenti, in ragione del consenso che essa ha tra gli elettori. Se per ogni 100 elettori, 47 sono conservatori (ripeto l'esempio britannico, per non porre insidiosi incerti rapporti di forza tra i vari partiti italiani), 38 laburisti e 15 liberali, i deputati siano, in un grande collegio con molti (100) seggi ed a rappresentanza proporzionale, all'incirca 47, 38 e 15 rispettivamente; e non si corra il rischio, come potrebbe verificarsi nei piccoli collegi separati, in cui la maggioranza elegge essa il deputato, che vadano alla camera 70 conservatori, 30 laburisti e nessun liberale. Fin dal 1842 Victor Considérant in uno dei primi scritti proporzionalisti affermava: "tutte le opinioni, anche le più assurde e mostruose, hanno diritto di essere rappresentate". 
Ebbene no. È necessario dichiarare invece apertamente che questa della rappresentanza delle opinioni è, come tante altre, come ad esempio quella della autodecisione dei popoli o della separazione assoluta del potere legislativo da quello esecutivo o della sovranità dei parlamenti sui governi, e, peggiore di tutte, della sovranità piena degli stati indipendenti, una concezione distruttiva, anarchica, inetta a dar vita a governi saldi. La rappresentanza proporzionale fu inventata da aritmetici raziocinatori, inetti a capire che i paesi non si governano con le regole del due e due fanno quattro, e del 38 più 15 maggiore di 47. Nossignori: 47 vale più di 38 e 15. 
I parlamenti non sono società di cultura od accademie scientifiche. Sono organi, il cui scopo unico è quello di formare governi stabili e di controllarne l'azione. Come disse il primo ministro del primo governo laburista, Ramsay Mac Donald, le elezioni non si fanno per contare le opinioni, per fare il censimento (census, in inglese) delle sette, dei ceti, dei partiti, dei movimenti, dei gruppi sociali, religiosi, politici, ideologici in cui si fraziona una società, la quale sia composta di uomini vivi e pensanti; ma si fanno per mettersi d'accordo in primissimo luogo sul nome della persona che in qualità di primo ministro sarà chiamato a governare il paese, e in secondo luogo sul nome di coloro che collaboreranno con lui o che ne criticheranno l'operato. Le elezioni hanno cioè per scopo di creare il consenso (consensus e non census) intorno ad un uomo ed al suo gruppo di governo ed intorno a chi oggi sarà il suo critico e domani ne prenderà il posto se gli elettori gli daranno ragione. Se non si vuole l'anarchia, questo e non una sterile accademica rassegna di opinioni è lo scopo unico preciso di un buon sistema elettorale. 
Risponde alla esigenza il sistema della proporzionale? No. I suoi fautori, ossessionati dall'idea curiosa che un parlamento debba essere la fotografia della infinita varietà delle opinioni che necessariamente lottano in un paese libero, hanno dimenticato che non a caso esiste un rapporto fra il sistema elettorale vigente in un paese ed il numero delle frazioni e dei gruppi in cui si divide il suo parlamento. Vogliamo che il numero dei partiti, dei gruppi, dei sottogruppi parlamentari si moltiplichi all'infinito? Dobbiamo in tal caso scegliere la proporzionale; ma dobbiamo nel tempo stesso sapere che, così facendo, avremo fatto quel che meglio si poteva per impedire il funzionamento di un governo solido, duraturo ed operoso. Colla proporzionale, ossia con un collegio elettorale grande (ad esempio, Lombardia, Piemonte, Emilia, ecc.), chiamato ad eleggere, supponiamo, 50 deputati, scelti in modo che ogni gruppo, il quale giunga almeno a 25 mila elettori abbia un proprio rappresentante, noi diamo un premio al moltiplicarsi dei gruppi. Ognuno, il quale abbia o creda di avere un'idea capace di attirare a sé 25 mila elettori, promuoverà la formazione di un proprio gruppo. C'è chi vuole sia posto un dazio sul grano? o chi dice essere un inaudito sopruso l'obbligo della vaccinazione? o chi voglia la denuncia del concordato col Vaticano? o la introduzione obbligatoria della partecipazione ai profitti degli operai? o chiede sia introdotto l'istituto del divorzio? C'è chi è comunista staliniano? ovvero trotzkista? od anarchico di una delle varie confessioni? o liberale all'antica, o neo-liberale? conservatore-liberale? conservatore- riformista? cristiano-centrista o cristiano comunisteggiante? Perché, chi ha un'opinione distinta e ben netta, chi ha un programma particolare da attuare, il quale a lui pare sovra ogni altro importante, non dovrebbe tentare di costituire un gruppo? Ed ecco i 50 deputati della Lombardia divisi in quattro o cinque o dieci gruppi, provveduti ognuno di tanti deputati quanti sono i quozienti di almeno 25 mila elettori che ogni gruppo è riuscito a raccogliere sotto la sua bandiera. Ed ecco i 50 deputati del Piemonte divisi in altri tre o quattro o sei gruppi, non identici necessariamente ai gruppi lombardi. In ogni grande collegio, in Liguria, nel Veneto, in Toscana, in Sicilia, gli interessi, le opinioni, i gruppi sociali sono diversi ed i gruppi hanno una particolare fisionomia; ed ecco i parlamenti frazionarsi all'infinito.
Pur non esagerando, la probabilità della formazione di tre o quattro grossi partiti e di una diecina di minori gruppi è evidente ed irrimediabile. Con siffatta composizione non è improbabile che la formazione di una maggioranza di governo dipenda dall'appoggio di qualche gruppo minore, il quale non rappresenta alcun interesse veramente generale o nazionale, ma una qualunque idealità particolare, cara ad una piccola minoranza della nazione. Se ci sono venti deputati divorzisti ed altrettanti deputati anticoncordatari decisi a vendere il proprio voto al più alto prezzo, pur di far trionfare il proprio particolare punto di vista, ci troveremo dinnanzi ad un governo di coalizione, il quale sarà costretto a far votare dalla propria maggioranza la legge divorzista o quella anticoncordataria od un'altra qualunque legge, senza che vi sia alcuna benché minima probabilità che quella legge sia sul serio voluta dalla maggioranza degli elettori. I deputati sono eletti su programmi particolaristici, classistici, professionali, religiosi i quali interessano questa o quella minoranza, questa o quella fazione. Ogni gruppo spinge avanti il proprio programma particolare; e la legislazione che ne esce è un composto bizzarro di norme particolaristiche, volute ognuna da una piccola minoranza e tali che sarebbero, se il referendum fosse una maniera ragionevole di formulare leggi in faccende talora complicatissime, respinte tutte dalla grandissima maggioranza dei cittadini.
 In fondo, la proporzionale è il trionfo delle minoranze; ognuna delle quali ricatta le altre ed il governo, il quale dovrebbe essere l'espressione della maggioranza, per costringere parlamenti e governi a votare e proporre leggi volute dai singoli gruppi. Cinquanta divorzisti eletti come tali e formanti gruppo a sé sono una forza ben diversa da cinquanta deputati, i quali hanno iscritto il divorzio in un programma più generale di un partito il quale ha ideali complessi, di cui il divorzismo è solo uno dei tanti aspetti. Il gruppo dei divorzisti che non si preoccupa d'altro che del divorzio è disposto a dare il voto a chiunque gli prometta di far trionfare il suo piccolo ideale e può, all'uopo, addivenire alle alleanze più illogiche. I divorzisti generici invece, che fan parte di una maggioranza che non vuol rinunciare al governo o che non vuole perdere la speranza di conquistarlo, daranno al divorzio un posto adeguato nell'ordine gerarchico dei fini da conseguire; e solo se esso sia veramente richiesto dalla coscienza giuridica nazionale lo anteporranno agli altri e giocheranno su esso le fortune del partito.
Insieme ai ricatti, la proporzionale favorisce il dominio dei comitati elettorali e toglie all'elettore ogni effettiva libertà di scelta dei propri rappresentanti. In un grande collegio, come la Lombardia od il Piemonte, nel quale l'elettore deve scrivere o far propri i nomi di 50 candidati, quale conoscenza mai l'elettore ha di ogni singolo candidato? Ne conoscerà uno o due o tre; gli altri per lui sono meri nomi. Egli deve votare la lista quale gli è presentata dal comitato. Ogni cancellazione o sostituzione di nomi sarebbe inoperante. Tanto vale egli si astenga dall'andare alle urne. Più il metodo viene perfezionato, con i sistemi delle preferenze o dell'abbinamento delle liste o dei voti cumulati, più imbrogliamo la testa dell'elettore medio e più cresciamo il potere dei comitato che combinano le preferenze, i cumuli, gli abbinamenti. L'elettore buon uomo ha creduto di dare il voto ad una lista perché in essa aveva veduto i nomi di persone stimate e note, ed alla fine, con sua stupefazione, vede quei nomi cacciati in fondo alle liste, epperciò non eletti. In testa, sono arrivati i traffichini, coloro che combinano e pasticciano liste, preferenze, cumuli e simiglianti imbrogli. 
I comitati, divenuti padroni delle elezioni, fanno degenerare l'istituto del mandato rappresentativo; che, se vale qualcosa, è un mandato di fiducia dato ad una persona, affinché questa voti od operi nel modo che la coscienza gli detta nelle circostanze ognora mutabili della vita pubblica. Ma i comitati non vogliono nei parlamenti uomini dalla coscienza indipendente; si invece uomini che attuino quel programma che sta scritto nelle tavole della legge del partito o del gruppo o gruppetto; epperciò si inventano. i mandati imperativi, con le dimissioni in bianco, sottoscritte dai candidati prima delle elezioni e spedite d'ufficio al presidente della camera quando il deputato recalcitri agli ordini del comitato del partito, del gruppo o gruppetto. Il flagello dei comitati non è proprio della proporzionale; ma è aggravato da questa. Che cosa è il candidato invero, se non un numero di una lista? È forse egli una "persona" atta a pensare e deliberare in modo autonomo? No. Egli è stato votato perché iscritto in una lista. Talvolta gli elettori non scrivono neppure il suo nome; e sono invitati a votare per la lista bianca o verde o rossa o gialla. Se egli, bianco, alla camera vota coi verdi, è un traditore e sarà espulso. 
Moltiplicando i partiti, ed asservendoli ai comitati, la proporzionale favorisce le dittature ed i colpi di mano. Col sistema della maggioranza, ogni partito ha la speranza di diventare in avvenire maggioranza seguendo le vie legali della persuasione degli incerti. Ma quale mai speranza può avere una minoranza di... - chiamiamoli divorzisti od antivaccinisti per non designare in modo particolare questo o quel partito, che invece potrebbe essere di maggioranza o parte della maggioranza - quale speranza, dico, possono avere i divorzisti o gli antivaccinisti di diventare maggioranza? Nessuna. La proporzionale dà ad ogni partito o gruppo tanti rappresentanti quanti sono gli elettori aderenti a quel credo. Quale probabilità ha il divorzista di far proseliti tra gli antivaccinisti e di diventare cosi maggioranza? Nessuna: il divorzista resta tale e l'antivaccinista pure. Perché dovrebbe accedere all'opinione altrui? Altro rimedio non resta, per conquistare la maggioranza, se non ricorrere all'antico, accettato e lodato metodo dello spaccare le teste degli avversari, invece di contarle, come è usanza delle contrade civili. 
Se in questa materia le statistiche valessero qualcosa, varrebbe la pena di fare il conto dei paesi governati dopo il 1918 da costituzioni perfettissime elaborate da costituenti sapientissime e naturalmente rette da parlamenti eletti a norma delle più raffinate regole proporzionalistiche. Si vedrebbe che nei paesi i quali dimenticarono l'aurea massima secondo cui le sole costituzioni vitali sono quelle che o non furono mai scritte, come quella britannica, o se in tempi oramai remoti (1787, 1848, ecc.) furono scritte, i costumi e gli emendamenti ne cambiarono la faccia in modo da renderle di fatto una cosa tutta diversa da quella originaria; si vedrebbe che quasi sempre le assemblee proporzionalistiche andarono a finire nella dittatura. Uno scrittore americano fece quel conto; ed essendogli venuto fuori il bel risultato che dopo il 1919 la proporzionale finì bene in stati abitati da 40 milioni di abitanti e finì male, ossia con la dittatura in assai più stati, popolosi di ben 200 milioni, concluse che la proporzionale è il vero cavallo di Troia con cui i regimi autoritari riescono a penetrare nelle fortezze democratiche. Insigne fra i casi di tradimento della proporzionale fu quello italiano, dove, grazie a quel sistema, nessun governo duraturo poté reggere dopo il 1918. 
Bisogna rassegnarsi a piantarla lì con i piccoli giochetti aritmetici della cosiddetta giustizia proporzionale nel decidere intorno a faccende serie come sono le scelte dei legislatori e dei governi. Non è cosa seria presentare liste composte non di nomi di persone, ma di formule stampate nei più diversi colori dell'iride. L'elettore fa d'uopo sia costretto a decidersi: o Tizio o Caio. Se anche Sempronio o Mevio si vogliono presentare ai suffragi dei conterranei, buon pro lor faccia. Ma l'elettore deve, se vuol scrivere qualcosa, metter giù un solo nome, quello della persona che a lui pare più meritevole dell'alto onore. In Italia, se i deputati dovranno essere 500, si dovran fare 500 collegi o distretti elettorali di circa 90 mila abitanti l'uno. Un distretto di 90 mila abitanti è una entità naturale. Gravita attorno a una cittadina, ad un luogo di mercato; è composto di comuni aventi interessi affini, abitati da gente che ha reciproci rapporti quotidiani. I candidati sono personalmente conosciuti dai loro amici: operai o contadini, bottegai od artigiani, non di rado professionisti noti e più o meno stimati. 
Saranno celebrità locali? Tanto meglio. In un parlamento si infiltrano sempre troppi uomini celebri, illustri in questa o quell'arte o scienza e sovratutto nell'oratoria. Manca invece la gente la quale viene dal basso, che ha compiuto le sue prove facendo il sindaco o l'assessore dei comuni, governando leghe degli operai, cooperative o consorzi agricoli, amministrando opere pie od ospedali. Il collegio piccolo, nel quale un solo candidato riesce eletto, non è certo il toccasana. Tirannie di comitati, mandati imperativi, imbrogli di faccendieri, imbottimento di crani della buona gente ad opera di chiacchiere di arrivisti sono mali inevitabili. Nessun parlamento al mondo vi si può sottrarre. La mediocrità di tanti deputati italiani d'innanzi 'al 1922 era dovuta al sistema amministrativo accentrato, che faceva di ogni deputato un galoppino procacciante favori agli elettori. Ridiamo vita autonoma ai comuni ed alle regioni, mandiamo a spasso i prefetti ed avremo risanato in gran parte, nel solo modo adatto, la vita parlamentare. 
Se non è il toccasana, il collegio piccolo è il solo modo di forzare l'elettore a decidersi. È da riflettere persino se non convenga abolire il ballottaggio e proclamare vincitore subito il candidato il quale ha ottenuto la maggioranza relativa dei voti. Se i votanti sono 20000, e Tizio ha avuto 8000 voti, Caio 7000 e Sempronio 5000; sia eletto senz'altro Tizio, sebbene non abbia raggiunto la metà più uno dei voti. Peggio per gli elettori i quali non hanno saputo decidersi e tra il bianco di Tizio e il rosso di Caio, hanno preferito il grigio di Sempronio. In Inghilterra, tra i conservatori ed i laburisti, i liberali sono stritolati e perdono costantemente terreno. Gli elettori liberali si stancano di disperdere i loro voti e finiscono per riversare i loro voti, a seconda delle inclinazioni, sui conservatori o sui laburisti. Vecchio (sebbene abbia l'ingenuità di credermi, con altri quattro gatti dispersi nei cantoni più diversi del mondo, un neo-liberale) liberale quale sono, non mi allarmo affatto di questa scomparsa apparente del liberalismo. Essa vuol dire che il liberalismo sta permeando, sta trasformando i due grandi partiti: rende più aperti alle idee nuove i conservatori e più cauti e sperimentati i laburisti, che da noi si direbbero socialisti; rende liberale il conservatorismo e crea il socialismo liberale.
L'errore massimo di principio della proporzionale è di confondere la lotta feconda delle parti, dei gruppi, degli ideali, dei movimenti, la quale ha luogo nel paese, con la deliberazione e l'azione dei parlamenti e dei governi. Nessun parlamento, nessun governo funziona se il sistema elettorale irrigidisce i partiti, i gruppi, le classi, i ceti sociali, le tendenze, le idee, dandone la rappresentanza esclusiva a talune persone elette perché mandatarie di quei gruppi o di quelle idee. Occorre vi sia un congegno il quale obblighi le idee, i gruppi, i ceti a cercare quel che essi hanno di essenziale, di comune con altri, a classificare i fini ed a rivolgere la propria azione verso quel fine che ha il consenso dei più. I divorzisti hanno ragione di patrocinare il loro fine; ma è gran bene che lo attuino soltanto quando esso sia divenuto convinzione della maggioranza, quando questa lo abbia messo in testa al proprio programma. Se eletti come gruppo, gli uomini decisi a far trionfare il divorzio sono una peste sociale, un germe di dissoluzione della società politica.
Gli stessi uomini scelti perché, in contrapposto ad altri uomini, furono ritenuti i migliori, hanno interessi ed ideali complessi da far trionfare, di cui il divorzio è uno solo, e l'opera loro potrà essere utile. L'idea nuova non si difende e non si fa trionfare nei parlamenti. Essa nasce nei libri e nelle riviste, si propaga nei giornali, dà origine ad associazioni, a gruppi di propaganda; conquista l'opinione pubblica, e cioè l'opinione media, quella di coloro che non sono già gli adepti di un credo. Solo allora, ed è bene che ciò accada solo allora, se non si vuole che i parlamenti siano popolati da inventori sociali, da fanatici, da gente tocca nel cervello, gli uomini politici se ne accorgono. Solo allora i capi della minoranza vedono in quel movimento un pretesto per -criticare il governo, il quale non ha ancora capito l'importanza della nuova idea. Solo allora i capi della maggioranza di governo, costretti a difendersi, si occupano del problema posto dall'idea nuova e vanno al contrattacco, dimostrando che l'idea non è nuova ed è sbagliata. La lotta si accende e, se davvero l'idea è nuova e vitale, viene il giorno in cui il capo della maggioranza, se vuol sopravvivere, proclamerà: l'ho sempre detto anch'io! e, convertendo quella idea in legge, la fa trionfare nel momento giusto. Se il trionfo, per ricatto di gruppi, avesse avuto luogo prima, sarebbe stato ingiusto ed effimero. 

(Luigi Einaudi, L'Italia e il secondo risorgimento, supplemento alla "Gazzetta ticinese", 4 novembre 1944, a firma "Junius".)

26.1.15

LA VIA LATTEA


22.12.14

BUON NATALE


11.12.14

E' NELLA CRISI CHE EMERGE IL MEGLIO DI OGNUNO



Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose.
La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perchè la crisi porta progressi. La creatività nasce dall' angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E' nella crisi che sorge l' inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sè stesso senza essere 'superato'. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la crisi dell' incompetenza. L' inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c'è merito. E' nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perchè senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l' unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla.

Albert Einstein

20.8.14

NON C’È, IN VERITÀ, ALTRA RAGIONE OLTRE DIO

“Non c’è, in verità, altra ragione oltre Dio. La felicità, la salute, il denaro, l’amore, la gloria passeggera dei conquistatori e dei poeti, il corso della storia degli uomini e il cammino degli astri nel cielo rinviano a Dio, e a Dio soltanto. Dio è il solo garante dell’universo e di tutto ciò che vi alberga. Immaginato dal Dio eterno e creato da Dio  qualche migliaio di anni fa, il mondo è circondato da Dio. Niente che non sia voluto da lui può apparire né sparire. La vita e la morte gli appartengono.”


Jean D’Ormesson



25.1.14

SAGRADA FAMILIA

Antoni Gaudí iniziò nel 1882 la costruzione della Sagrada Família, simbolo di Barcellona. La cattedrale catalana potrebbe essere finalmente completata nel 2026. Attualmente, la basilica è stata completata per il 65%, ma nel frattempo un video (vedi qui) ci mostra come sarà una volta conclusi i lavori.

16.9.13

IL SENSO DEL SACRO


Fin dall’alba della storia umana, quando la coscienza di sé si manifestò per la prima volta su questo pianeta, sembra che i membri della specie Homo avessero la percezione di essere circondati da una potenza numinosa. Sentivano che il percorso della loro vita era tracciato da forze invisibili che pervadevano il mondo con finalità su cui essi non avevano controllo ma con cui potevano mettersi in sintonia. E lo fecero grazie a racconti, simboli e rituali successivamente definiti dal termine generico “religione”.
Il senso del sacro apparteneva diffusamente alle prime società umane.
La storia della vita umana indica che in ogni società, negli ultimi centomila anni, la progressiva complessità nella perizia tecnica si accompagnò allo sviluppo dell’abilità linguistica e all’inequivocabile presenza della religione.
Con il passaggio dalle società caratterizzate da un’economia di sussistenza, basata sulla caccia e sulla raccolta, agli insediamenti stanziali e poi alle grandi città-Stato nate intorno al 3000 a.C., quella prima consapevolezza della presenza del sacro assunse molteplici forme di attività religiose strutturate. Sistemi articolati di narrazioni e canti, simboli e rituali, tempi e luoghi sacri, pratiche morali, gerarchie sacerdotali e veggenti carismatici organizzarono il rapporto tra le persone e la presenza divina in ambienti culturalmente differenti.

Gli esseri umani hanno avvertito la presenza sacra svelarsi nei modi più diversi: nella natura, negli eventi della storia, nell’arte, nella musica e nella danza, nella pace interiore e nella guarigione fisica, in tuta la varietà delle esperienze umane, positive o negative, in particolare nell’amore e nella perdita. L’hanno percepita quando hanno incontrato dei limiti, l’inquietante, l’elemento sorprendente, un’insolita pienezza o un vuoto nella vita, e hanno cercato di avvicinarsi ad essa tramite una grande varietà di pratiche.

3.9.13

LA MADONNA NELLA PITTURA
























25.12.12

LA MADRE E IL BAMBINO - ANDREA MANTEGNA














23.12.12

AUGURI DI BUON NATALE




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11.3.12

LA CATTIVERIA SPREZZANTE DEI CATTOLICI DI SINISTRA

Anche grandi uomini della sinistra cattolica del passato come La Pira e Dossetti, gente di primissimo ordine, avevano in comune la quasi assoluta impermeabilità all’ironia, alla leggerezza, al senso dell’umorismo e anche della tolleranza per l’avversario. Quando i democristiani di allora ebbero nelle loro file un cattolico dotato di una ironia sferzante e un senso dell’umorismo da premio Nobel, Mario Melloni, lo misero in fuga e quello diventò il corsivista principe dell’ Unità . Tutti i membri di quella antropologia manifestano o hanno manifestato forti idee sociali intransigenti e tassative, ma sopra tutto una velenosa voglia di colpire con rabbia.
Vittorio Messori, un grande intellettuale cattolico, diceva sedici anni fa in una intervista al Mondo mentre Romano Prodi era al governo: «Temo molto più un cattolico di sinistra di un postcomunista. È un gruppo ristretto di gente che scrive sui giornali, va in tv, guida organizzazioni, mentre la maggioranza dei cattolici, che non partecipano alla vita della parrocchia, non si riconosce in Prodi, anzi». E ancora: «C’è sempre un certo ritardo del mondo clericale, che in fondo ha resistito 200 anni alla modernità, per scoprirla con il Concilio Vaticano II quando questa stava per morire. Oggi gli ultimi maoisti sono i frati sudamericani, le ultime a credere nella psicanalisi sono le suore americane. Ecco perché temo molto più un cattolico di sinistra di un postcomunista. È gente che ancora non ha scoperto che dietro termini come solidarietà e stato sociale, così nobili da apparire evangelici, in realtà c’è il trucco. Una mistificazione che spaccia per solidarietà le pensioni ai quarantenni o ai falsi invalidi». Molta retorica sulla povertà e la ricchezza, la prima sempre santa e la seconda sempre merda del diavolo.

21.1.12

UNA INVISIBILE SUPER CASTA

di Ernesto Galli della Loggia
(tratto dal Corriere della Sera)
Non è vero che il contrario della democrazia sia necessariamente la dittatura. C’è almeno un altro regime: l’oligarchia. E tra i due regimi possono esserci poi varie forme intermedie. Una di queste è quella esistente da qualche tempo in Italia. Dove ci sono da un lato un Parlamento e un governo democratici, i quali formalmente legiferano e dirigono, ma dall’altro un ceto di oligarchi i quali, dietro le quinte delle istituzioni democratiche e sottratti di fatto a qualunque controllo reale, compiono scelte decisive, governano più o meno a loro piacere settori cruciali, gestiscono quote enormi di risorse e di potere: essendo tentati spesso e volentieri di abusarne a fini personali. I frequenti casi scoperti negli ultimi anni e nelle ultime settimane hanno aperto squarci inquietanti su tale realtà.
Non si tratta solo dell’alta burocrazia dei ministeri, cioè dei direttori generali. A questi si è andata aggiungendo negli anni una pletora formata da consiglieri di Stato, alti funzionari della presidenza del Consiglio, giudici delle varie magistrature (comprese quelle contabili), dirigenti e membri delle sempre più numerose Authority, e altri consimili, i quali, insieme ai suddetti direttori generali e annidati perlopiù nei gabinetti dei ministri, costituiscono ormai una sorta di vero e proprio governo ombra. Sempre pronti peraltro, come dimostra proprio il caso del governo attuale, a cercare di fare il salto in quello vero.
È un’oligarchia che non è passata attraverso nessuna selezione specifica né alcuna speciale scuola di formazione (giacché noi non abbiamo un’istituzione analoga all’Ena francese). Designati dalla politica con un g r a d o a l t i s s i m o d i arbitrarietà, devono in misura decisiva il proprio incarico a qualche forma di contiguità con il loro designatore, alla disponibilità dimostrata verso le sue esigenze, e infine, o soprattutto, alla condiscendenza, all’intrinsichezza — chiamatela come volete — verso gli ambienti e/o gli interessi implicati nel settore che sono chiamati a gestire. Ma una volta in carriera, l’oligarchia — come si è visto dalle biografie rese note dai giornali — si svincola dalla diretta protezione politica, si autonomizza e tende a costruire rapidamente un potere personale. Grazie al quale ottiene prima di tutto la propria sostanziale inamovibilità.
Sempre gli stessi nomi passano vorticosamente da un posto all’altro, da un gabinetto a un ente, da un tribunale a un ministero, da un incarico extragiudiziale a quello successivo, costruendo così reti di relazioni che possono diventare autentiche reti di complicità, sommando spessissimo incarichi che incarnano casi clamorosi di conflitto d’interessi. E che attraverso doppi e tripli stipendi e prebende varie servono a realizzare redditi più che cospicui, a fruire di benefit e di occasioni, ad avere case, privilegi, vacanze, stili di vita da piccoli nababbi.
Se i politici sono la casta, insomma, l’oligarchia burocratico- funzionariale italiana è molto spesso la super casta. La quale prospera obbedendo scrupolosamente alla prima (tranne il caso eccezionale della Banca d’Italia non si ricorda un alto funzionario che si sia mai opposto ai voleri di un ministro), ma facendo soprattutto gli affari propri. Il governo Monti ha un’agenda fittissima, si sa. Ma se tra le tante cose da fare riuscisse anche a scrivere un rigoroso codice etico per la super casta, sono sicuro che qualche decina di milioni di italiani gliene sarebbe grata.

18.1.12

BENI CULTURALI IN ROVINA PUR DI NON ACCETTARE IL CONTRIBUTO DEI PRIVATI

Che fortuna: nel labirinto burocratico-giudiziario, nel paradiso dei ricorsi e dei commi, l`Italia sta scaraventando via 25 milioni degli odiosi privati di modo che i pezzi del Colosseo in via di sgretolamento per mancato restauro restino saldamente nelle mani dello Stato. Che fortuna: grazie agli acrobati del cavillo, agli ideologi del dirigismo statalista che non scende a patti con quel mostro sociale che sono i «privati», l`Italia non diventerà come gli altri Paesi civili, dove i privati, addirittura incentivati da una demenziale e capitalistica politica di detrazioni fiscali, contribuiscono alla manutenzione e al buon funzionamento di musei, biblioteche, opere d`arte, gioielli architettonici.
Poveri ma di Stato, rimarremo sempre.
Le opere d`arte in malora, ma in malora pubblica, nell`attesa che una sentenza del Tar confermi la sentenza di un altro `Far, che si appoggi su una sentenza della Corte dei Conti e che a sua volta si ispiri a una sentenza del Consiglio di Stato: il tutto in una manciata di inutili e paralizzanti lustri.
Volete mettere il lamento straziante di chi è professionalmente adibito a mungere Fassistenzialismo dì Stato, a supplicare per un`elargizione pubblica, una sovvenzione, una clientela foraggiata, una burocrazia culturale più pingue? Bisogna occupare il Teatro Valle per chiedere piogge di denari statali alla cultura, mica usare quei 25 milioni di euro che il gruppo di Della Valle ha messo a disposizione per restaurare il Colosseo e salvarlo dal cedimento che quel grande anfiteatro sta vivendo ogni giorno, pezzo dopo pezzo.
Dovessero mai altri privati, altri borghesi danarosi, emulare quell`esempio e contribuire a salvare, chissà, Pompei, o i musei che chiudono con le casse vuote, oppure le chiese e i palaz- zi e i capolavori dell`arte di cui è ricca l`Italia e che si stanno dissolvendo, nell`indifferenza generale ma, per fortuna, nella mani dello Stato impotente e onnipotente, squattrinato e in rovina ma pur sempre «pubblico».
C`è sempre la carta bollata di un ricorso, per fortuna del nostro Paese in disfacimento artistico ma pur sempre disfacimento pubblico, a bloccare nei piccoli borghi, nelle cittadine più decentrate, una borghesia diffusa che forse, chissà, per senso del prestigio, per vanità, per dare un segno della propria presenza, per consegnare il proprio nome alla posterità, per senso civico, potrebbe pur contribuire a un moderno mecenatismo che sopperisca alla mancanza di fondi dello Stato e in più fornisca carburante a un senso dell`appartenenza, della corru m ità, ormai sbiadito. C`è sempre un`«istanza superiore» a bloccare tutto, ma non il degrado delle rovine che si disfano per l`incuria pubblica, per la piccineria culturale di un ceto politico e sindacale (è la Uil che ha bloccato tutto) che manda in malora i beni culturali pur di conservare il feticcio del monopolio di Stato. Nella distruzione dei monumenti che muoiono ogni giorno. Pubblici però, non privati.

Da "Il Corriere della Sera" di lunedì 16 gennaio 2012 - di Pierluigi Battista

8.1.12

FEDE E SCIENZA

Il libro pubblicato da Einaudi col titolo La dimensione umana e le sfide della scienza,nel quale si riproduce il  dialogo tra Edoardo Boncinelli, biologo molecolare, e Umberto Galimberti, filosofo, inizia con la risposta alla domanda su quale sia stata la scoperta più importante del Novecento. Boncinelli opta per l'automobile, Galimberti per la bomba atomica. Già qui si intravede la mentalità aperta, ottimista, positivamente orientata verso il fenomeno-vita di Boncinelli, e il pensiero oppressivo, cupo, ostinatamente chiuso nella monotona ripetizione dell'assunto fondamentale da parte di Galimberti, secondo cui la tecnica, da strumento nelle mani dell'uomo, è diventata oggi l'onnipotente padrona che sottomette ogni cosa. Ma perché un credente dovrebbe interessarsi a questo dialogo? Per l'importanza che la religione vi gioca, un'importanza che sembra emergere al di là delle intenzioni dei due interlocutori. In questo libretto, piccolo monumento del laicismo nostrano, le affermazioni contro la religione in sé, il cattolicesimo e il Papa sono abbondanti. Galimberti più di una volta esibisce un autentico disprezzo: "Il Papa dice cose banali"; "la religione cattolica si occupa solo di sesso"; "la Chiesa fonda se stessa sulla negazione dell'uso della ragione", affermazioni che peraltro non sorprendono più di tanto in chi sostiene che "il connotato originale dell'uomo è l'aggressività" e "il nostro originario è la follia". Anche Boncinelli ci mette talora del suo, come quando dice, con chiaro riferimento al cattolicesimo, "la sacralità della vita, altro concetto che non significa nulla". Ma, a parte il fatto già in sé molto significativo che un filosofo ateo e un biologo molecolare dedichino tanto spazio alla religione - a dimostrazione di come la religione rimane un interlocutore imprescindibile in ogni dibattito sull'uomo e sulla sua vita - sono soprattutto alcune affermazioni di Boncinelli a interessare positivamente il credente. Entrambi gli interlocutori guardano alla religione come risposta al senso della vita. Ma mentre Galimberti vede nella categoria del senso "una categoria fideista che non riguarda neppure tutti gli uomini ma solamente noi occidentali", Boncinelli, scopritore dei geni che controllano la moltiplicazione delle cellule nervose nella corteccia cerebrale, dichiara che il nostro cervello "non può fare il proprio lavoro se non trova un senso per ogni passo della propria elaborazione... Ha una necessità biologica di trovare le cause e il senso". È per questo che "la domanda numero uno di ogni essere umano è: che ci faccio, io, qui?", interrogativo esistenziale di importanza decisiva dato che "il nostro cervello non può funzionare se non si pone il più spesso possibile tale genere di domande". Questa fondazione biologica del bisogno di senso è la base su cui lo scienziato confuta la profezia del filosofo sulla fine della religione. Dice Galimberti: "Passata la presente generazione e quella dei nostri figli, entrambe cresciute antropologicamente nell'ipotesi che la vita abbia un senso, non ci sarà più nessuno che chiederà un senso alla vita". Per Boncinelli, al contrario, la religione è insostituibile perché il bisogno di senso è costitutivo dell'uomo: "Per questo la religione non morirà". E se ciò per assurdo dovesse avvenire "la condizione umana peggiorerebbe", perché oltre a soddisfare la tendenza innata dell'uomo a credere, la religione risponde all'esigenza di "medicare una ferita", la ferita delle ingiustizie di cui il mondo è ricolmo. Ne viene che, se "l'uomo in fondo è una verruca sul naso dell'universo" - come afferma nella prima parte del dialogo lo stesso - si tratta di una verruca del tutto particolare, necessitata dalla sua stessa struttura biologica a cercare il senso ultimo di sé, oltre la dimensione del mondo sensibile. Già lo scriveva Wittgenstein nel Tractatus logico-philosophicus del 1921: "Il senso del mondo deve essere fuori di esso". Ma mentre a quel tempo la biologia era apertamente contraria a tale prospettiva, ora essa stessa contribuisce alla sua fondazione.

quadro di Giuseppe Biasi