12.7.09

SULLO SVILUPPO UMANO INTEGRALE


La verità va cercata, trovata ed espressa nell'« economia » della carità, ma la carità a sua volta va compresa, avvalorata e praticata nella luce della verità. In questo modo non avremo solo reso un servizio alla carità, illuminata dalla verità, ma avremo anche contribuito ad accreditare la verità, mostrandone il potere di autenticazione e di persuasione nel concreto del vivere sociale. Cosa, questa, di non poco conto oggi, in un contesto sociale e culturale che relativizza la verità, diventando spesso di essa incurante e ad essa restio.
3. Per questo stretto collegamento con la verità, la carità può essere riconosciuta come espressione autentica di umanità e come elemento di fondamentale importanza nelle relazioni umane, anche di natura pubblica. Solo nella verità la carità risplende e può essere autenticamente vissuta. La verità è luce che dà senso e valore alla carità. Questa luce è, a un tempo, quella della ragione e della fede, attraverso cui l'intelligenza perviene alla verità naturale e soprannaturale della carità: ne coglie il significato di donazione, di accoglienza e di comunione. Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo. L'amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. È il fatale rischio dell'amore in una cultura senza verità. Esso è preda delle emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti, una parola abusata e distorta, fino a significare il contrario. La verità libera la carità dalle strettoie di un emotivismo che la priva di contenuti relazionali e sociali, e di un fideismo che la priva di respiro umano ed universale. Nella verità la carità riflette la dimensione personale e nello stesso tempo pubblica della fede nel Dio biblico, che è insieme « Agápe » e « Lógos »: Carità e Verità, Amore e Parola.
4. Perché piena di verità, la carità può essere dall'uomo compresa nella sua ricchezza di valori, condivisa e comunicata. La verità, infatti, è “lógos” che crea “diá-logos” e quindi comunicazione e comunione. La verità, facendo uscire gli uomini dalle opinioni e dalle sensazioni soggettive, consente loro di portarsi al di là delle determinazioni culturali e storiche e di incontrarsi nella valutazione del valore e della sostanza delle cose. La verità apre e unisce le intelligenze nel lógos dell'amore: è, questo, l'annuncio e la testimonianza cristiana della carità. Nell'attuale contesto sociale e culturale, in cui è diffusa la tendenza a relativizzare il vero, vivere la carità nella verità porta a comprendere che l'adesione ai valori del Cristianesimo è elemento non solo utile, ma indispensabile per la costruzione di una buona società e di un vero sviluppo umano integrale. Un Cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali. In questo modo non ci sarebbe più un vero e proprio posto per Dio nel mondo. Senza la verità, la carità viene relegata in un ambito ristretto e privato di relazioni. È esclusa dai progetti e dai processi di costruzione di uno sviluppo umano di portata universale, nel dialogo tra i saperi e le operatività.
(Caritas in veritate)

2.6.09

L'EUROPA DEVE RITROVARE SE STESSA


Oltre il 70% delle leggi promulgate in Italia non sono altro che la ratifica di direttive provenienti da Bruxelles. In Europa di fatto vengono prese molte decisioni che incidono fortemente sulla vita della gente; trascurare o dimenticare questo particolare crea un vero e proprio deficit di democrazia. Ma l’Europa in questo momento non è più la prosecuzione dell’esperienza di unità miracolosa messa in atto dai tre grandi padri fondatori, De Gasperi, Adenauer, Schuman sulla base delle radici cristiane del continente.
Mons. Luigi Negri, Vescovo di San Marino-Montefeltro in un accorato messaggio alla sua diocesi ha detto: “Per quanto riguarda le elezioni europee, il Vescovo non può non comunicare il suo profondo disagio per atteggiamenti e decisioni che hanno informato, negli ultimi anni, l’unione Europea e le sue strutture operative. Abbiamo assistito a posizioni discriminatorie e vessatorie nei confronti dei valori della tradizione cristiana e anche nei confronti di persone che li testimoniavano coraggiosamente nella vita politica europea.
L’Unione Europea ha preteso più di una volta di interferire nella libertà del magistero papale aprendo pubblicamente polemiche disinformate ed intolleranti. L’Unione Europea e le sue strutture operative sono, oggi come oggi, un luogo di serio e continuo attentato alla libertà della Chiesa ed alla varietà delle culture dei popoli europei. Per questi motivi, il Vescovo ritiene che sia assolutamente necessario, utilizzando la possibilità della preferenza, mandare in Europa personalità di limpida cultura cattolica e disposte al sacrificio di una testimonianza pubblica, anche quando richiedesse sacrifici. Non è certo il momento di mandare in Europa piccoli funzionari che hanno concluso la fase locale della loro carriera politica o personalità stravaganti, ma senza dignità culturale e senza reale amore al bene comune”.

27.5.09

L’UNICA AUTORITÀ MORALE UNIVERSALE


«Non si può pensare di edificare un’autentica “casa comune” europea trascurando l’identità propria dei popoli di questo nostro Continente. Si tratta infatti di un’identità storica, culturale e morale, prima ancora che geografica, economica o politica; un’identità costituita da un insieme di valori universali, che il Cristianesimo ha contribuito a forgiare, acquisendo così un ruolo non soltanto storico, ma fondativo nei confronti dell’Europa. Tali valori, che costituiscono l’anima del Continente, devono restare nell’Europa del terzo millennio come “fermento” di civiltà. Se infatti essi dovessero venir meno, come potrebbe il “vecchio” Continente continuare a svolgere la funzione di “lievito” per il mondo intero? Se i Governi dell’Unione desiderano “avvicinarsi” ai loro cittadini, come potrebbero escludere un elemento essenziale dell’identità europea qual è il Cristianesimo, in cui una vasta maggioranza di loro continua a identificarsi? Non è motivo di sorpresa che l’Europa odierna, mentre ambisce di porsi come una comunità di valori, sembri sempre più spesso contestare che ci siano valori universali ed assoluti? Questa singolare forma di “apostasia” da sé stessa, prima ancora che da Dio, non la induce forse a dubitare della sua stessa identità? Si finisce in questo modo per diffondere la convinzione che la “ponderazione dei beni” sia l’unica via per il discernimento morale e che il bene comune sia sinonimo di compromesso. In realtà, se il compromesso può costituire un legittimo bilanciamento di interessi particolari diversi, si trasforma in male comune ogniqualvolta comporti accordi lesivi della natura dell’uomo.
«Una comunità che si costruisce senza rispettare l’autentica dignità dell’essere umano, dimenticando che ogni persona è creata a immagine di Dio, finisce per non fare il bene di nessuno. Ecco perché appare sempre più indispensabile che l’Europa si guardi da quell’atteggiamento pragmatico, oggi largamente diffuso, che giustifica sistematicamente il compromesso sui valori umani essenziali, come se fosse l’inevitabile accettazione di un presunto male minore. Tale pragmatismo, presentato come equilibrato e realista, in fondo tale non è, proprio perché nega quella dimensione valoriale e ideale, che è inerente alla natura umana. Quando, poi, su un tale pragmatismo si innestano tendenze e correnti laicistiche e relativistiche, si finisce per negare ai cristiani il diritto stesso d’intervenire come tali nel dibattito pubblico o, per lo meno, se ne squalifica il contributo con l’accusa di voler tutelare ingiustificati privilegi. Nell’attuale momento storico e di fronte alle molte sfide che lo segnano, l’Unione europea per essere valida garante dello stato di diritto ed efficace promotrice di valori universali, non può non riconoscere con chiarezza l’esistenza certa di una natura umana stabile e permanente, fonte di diritti comuni a tutti gli individui, compresi coloro stessi che li negano».Si confronti questo testo con i discorsi di qualunque leader europeo.
(dal discorso di Benedetto XVI pronunciato il 24 marzo 2007, a conclusione del convegno indetto dalla Commissione degli episcopati della Comunità europea, sul tema Valori e prospettive per l’Europa di domani, nel 50° anniversario dei Trattati di Roma)

10.5.09

LA RAGIONE E’ NOBILITATA E RESA UMILE DALLA GRANDEZZA DELLA VERITÀ DI DIO

Oggi, con insistenza crescente, alcuni ritengono che la religione fallisca nella sua pretesa di essere, per sua natura, costruttrice di unità e di armonia, un’espressione di comunione fra persone e con Dio. Di fatto, alcuni asseriscono che la religione è necessariamente una causa di divisione nel nostro mondo; e per tale ragione affermano che quanto minor attenzione vien data alla religione nella sfera pubblica, tanto meglio è. Certamente, il contrasto di tensioni e divisioni fra seguaci di differenti tradizioni religiose, purtroppo, non può essere negato. Tuttavia, non si dà anche il caso che spesso sia la manipolazione ideologica della religione, talvolta a scopi politici, il catalizzatore reale delle tensioni e delle divisioni e non di rado anche delle violenze nella società? A fronte di tale situazione, in cui gli oppositori della religione cercano non semplicemente di tacitarne la voce ma di sostituirla con la loro, il bisogno che i credenti siano fedeli ai loro principi e alle loro credenze è sentito in modo quanto mai acuto. Musulmani e Cristiani, proprio a causa del peso della nostra storia comune così spesso segnata da incomprensioni, devono oggi impegnarsi per essere individuati e riconosciuti come adoratori di Dio fedeli alla preghiera, desiderosi di comportarsi e vivere secondo le disposizioni dell’Onnipotente, misericordiosi e compassionevoli, coerenti nel dare testimonianza di tutto ciò che è giusto e buono, sempre memori della comune origine e dignità di ogni persona umana, che resta al vertice del disegno creatore di Dio per il mondo e per la storia.
Oggi desidero far menzione di un compito che ho indicato in diverse occasioni e che credo fermamente Cristiani e Musulmani possano assumersi, in particolare attraverso il loro contributo all’insegnamento e alla ricerca scientifica, come pure al servizio alla società. Tale compito costituisce la sfida a coltivare per il bene, nel contesto della fede e della verità, il vasto potenziale della ragione umana. I Cristiani in effetti descrivono Dio, fra gli altri modi, come Ragione creatrice, che ordina e guida il mondo. E Dio ci dota della capacità a partecipare a questa Ragione e così ad agire in accordo con ciò che è bene. I Musulmani adorano Dio, Creatore del Cielo e della Terra, che ha parlato all’umanità. E quali credenti nell’unico Dio, sappiamo che la ragione umana è in se stessa dono di Dio, e si eleva al piano più alto quando viene illuminata dalla luce della verità di Dio. In realtà, quando la ragione umana umilmente consente ad essere purificata dalla fede non è per nulla indebolita; anzi, è rafforzata nel resistere alla presunzione di andare oltre ai propri limiti. In tal modo, la ragione umana viene rinvigorita nell’impegno di perseguire il suo nobile scopo di servire l’umanità, dando espressione alle nostre comuni aspirazioni più intime, ampliando, piuttosto che manipolarlo o restringerlo, il pubblico dibattito. Pertanto l’adesione genuina alla religione – lungi dal restringere le nostre menti – amplia gli orizzonti della comprensione umana. Ciò protegge la società civile dagli eccessi di un ego ingovernabile, che tende ad assolutizzare il finito e ad eclissare l’infinito; fa sì che la libertà sia esercitata in sinergia con la verità, ed arricchisce la cultura con la conoscenza di ciò che riguarda tutto ciò che è vero, buono e bello. (visita di BXVI in Giordania)

(vedi il programma e i discorsi qui)

3.5.09

AUDITORIUM O CHIESA ?







Nella cura della costruzione delle chiese non bisogna cedere a ideologie che tendono a oscurare la loro presenza nel territorio o a creare uno spazio ibrido che vanifica la percezione del sacro. Queste «ideologie» possono talvolta coincidere con certe mode dell'architettura, del tutto estranee alla tradizione liturgica cristiana. Da una parte ci sono i fedeli che subiscono le architetture più strampalate, i quali, se protestano vengono subito tacciati come «ignoranti» o «retrogradi»; dall'altra parte, le Curie diocesane o i responsabili dei grandi santuari che sembrano fare a gara per rincorrere l'architetto più famoso senza poi avere il coraggio di imporre alcune scelte di fondo. Fino a pochi decenni fa le chiese cattoliche avevano pianta approssimativamente a croce o quadrata. Da pochi decenni a questa parte l'architettura religiosa ha subìto una vera rivoluzione (per dire il meno): perdita del nesso tra il significante e il significato, smarrito il senso estetico, riduzione dell'arte a discorso su sé stessa (e quindi necessitante di un intermediario, cioè del critico capace di interpretarla e "spiegarla", perché ai "non esperti" il messaggio - se c'è - resta criptico).
(Nelle foto la nuova chiesa del quartiere Loreto di Bergamo)

1.5.09

RECUPERARE UN LINGUAGGIO CHE FACCIA COMPRENDERE IL VALORE DEL LUOGO DOVE SI CELEBRA L'EUCARISTIA E IL SUO SENSO PROFONDO


Chiese che assomigliano a enormi garage, chiese opprimenti appesantite da tetti di piombo, chiese che sembrano dei bunker o che s'incorporano a tal punto alle case circostanti da non essere neanche più visibili. L'architettura sacra nei decenni del post concilio ha fatto sorgere nelle nostre città una serie di edifici non solo decisamente brutti, ma soprattutto assolutamente inadeguati a esprimere il senso del sacro, come dimostrano alcune immagini di nuovi edifici di culto cattolici pubblicati in questa pagina.

UNA CHIESA È ANZITUTTO IL LUOGO DELLA PRESENZA FISICA DI DIO












«Entrando in alcune delle chiese moderne – ha scritto Vittorio Messori - viene davvero una gran voglia di pregare, ma di pregare che Dio perdoni l'architetto. Purtroppo dietro all'architettura c'è una teologia: quella della demitizzazione dell'Eucaristia. La chiesa deve essere soltanto un luogo di riunione, un salone dove ci si ritrova ad ascoltare il predicatore. Non si accentua più il sacrificio eucaristico, ma la dimensione del pasto comune».
«La posizione cattolica - spiega Messori - ha sempre tenuto insieme i due aspetti: la chiesa è sì luogo di riunione e di predicazione, ma anche lo scrigno che custodisce l'Ostia Consacrata. Se si banalizza il contenuto, è naturale che si arrivi anche a banalizzare il contenitore. Ad esempio, dietro certe chiese che assomigliano ad anonimi capannoni, c'è la teologia del cristianesimo “anonimo” di Rahner».
Lo scrittore non risparmia critiche agli ecclesiastici: «Credo che i preti debbano essere gli ultimi a parlare perché sono stati loro a sostenere questa teologia e a ritenere che quanto più un architetto è ateo, o musulmano o ebreo, tanto più è titolato a costruire chiese. Vorrei ricordare che proprio a Roma si è voluto che l'architetto autore della chiesa giubilare di Tor Tre Teste non fosse cristiano». «Si costruiscono chiese che assomigliano a depositi industriali - conclude Messori - ma ci si dimentica che quando Stalin decise di costruire la metropolitana di Mosca, volle che fosse la più sfarzosa del mondo perché, disse, anche il popolo ha diritto alle colonne! Così il dittatore comunista, con il suo culto ateistico, aveva intuito ciò che ha sempre spinto la Chiesa a costruire degli edifici belli e anche sfarzosi. Non soltanto perché sono il contenitore dell'Eucaristia, ma anche perché la maggior parte delle persone vive in architetture squallide e almeno nel giorno di festa, andando in chiesa, ritrova la bellezza e il colore dell'arte, le colonne, gli ori e gli stucchi».

19.4.09

BIG MAN ON CAMPUS


“The main reason a book like Orthodoxy is not taught on most campuses is quite simple: It’s too dangerous,” “It changes minds and changes lives.”
Like the author himself, Orthodoxy is many things: a case for Christianity via positive presentation of the Apostles’ Creed and a spiritual autobiography. It is one of his most-quoted books and embraced by Catholics and Protestants alike (Chesterton was not yet Catholic when he wrote it).
“It stands alone in 20th-century literature,” “There is not another book that can possibly be compared with it. Some, like the Argentine writer [Jorge Luis] Borges, consider it a work of art. Some, like Bishop [Fulton] Sheen, consider it a work of philosophy. It is both. It is neither.”
And, says Stratford Caldecott, director of Thomas More College’s Center for Faith and Culture in Oxford (ThomasMoreCollege.edu), the book is written with the common man in mind.
“In general, people are not philosophers — or not consciously so — and they don’t tend to read a huge amount,”. “Orthodoxy does not expect them to plough through long abstract arguments or tons of scholarship. In a sense, it leads you straight to the heart of things — it helps you see the ‘form’ of Christianity, almost at a glance.
“And, it is entertaining to read. In fact, it’s a riot.”
We are “timid prisoners” of a culture “de-Christianized and secularized.”
“I think instead of challenging these institutions some people have been rather conventional in accepting the list of writers approved by people who aren’t very friendly to Christianity” .
Study of Chesterton helps students discover or rediscover Christianity and to realize that “it is not something that an intellectual needs to be ashamed of. It chimes with common sense. It can be defended against anyone.
“They also need to learn from his sense of humor, his love of life, his gratitude for every waking breath. They can learn from his friendships — he remained friends even with his intellectual enemies. They can even learn from his technique, which was to turn something on its head, often, to get to know it better.”
“He’s a great religious teacher,”. “He’s got what the Bible calls the gift of wisdom. Chesterton was a sacramental writer who was always writing about God but seldom using religious language. Stealth evangelization.”
Sounds dangerous.

12.4.09

POSITIVISMO E MATERIALISMO


Entrambe queste ideologie hanno condotto a uno sfrenato entusiasmo per il progresso che, animato da spettacolari scoperte e successi tecnici, malgrado le disastrose esperienze del secolo scorso, determina la concezione della vita di ampi settori della società. Il passato appare, così, solo come uno sfondo buio, sul quale il presente e il futuro risplendono con ammiccanti promesse. A ciò è legata ancora l'utopia di un paradiso sulla terra, a dispetto del fatto che tale utopia si sia dimostrata fallace.
Tipico di questa mentalità è il disinteresse per la storia, che si traduce nell’emarginazione delle scienze storiche. Dove sono attive queste forze ideologiche, la ricerca storica e l’insegnamento della storia all'università e nelle scuole di ogni livello e grado vengono trascurati. Ciò produce una società che, dimentica del proprio passato e quindi sprovvista di criteri acquisiti attraverso l’esperienza, non è più in grado di progettare un’armonica convivenza e un comune impegno nella realizzazione di obiettivi futuri. Tale società si presenta particolarmente vulnerabile alla manipolazione ideologica.
Il pericolo cresce in misura sempre maggiore a causa dell’eccessiva enfasi data alla storia contemporanea, soprattutto quando le ricerche in questo settore sono condizionate da una metodologia ispirata al positivismo e alla sociologia. Vengono ignorati importanti ambiti della realtà storica, perfino intere epoche. Ad esempio, in molti piani di studio l’insegnamento della storia inizia solamente a partire dagli eventi della Rivoluzione Francese. Prodotto inevitabile di tale sviluppo è una società ignara del proprio passato e quindi priva di memoria storica. Non è chi non veda la gravità di una simile conseguenza: come la perdita della memoria provoca nell’individuo la perdita dell’identità, in modo analogo questo fenomeno si verifica per la società nel suo complesso.”

IL DOLORE E LA SPERANZA

11.4.09

LA TIPICA INTOLLERANZA DEL LAICISMO


Blair sostiene che la Chiesa dovrebbe affrontare una stagione di riforma: «Le religioni organizzate vanno incontro allo stesso dilemma dei partiti politici quando si trovano di fronte a circostanze mutate. Vi è un’enorme differenza generazionale e probabilmente fra le gerarchie religiose vi è il timore che se cedono sul fronte dell’omosessualità chissà dove si potrebbe andare a finire». Se «l’atteggiamento da trincea» assunto dal Vaticano è comprensibile, da un punto di vista dottrinale non è comunque più giustificabile: il sentire comune e i comportamenti sono evoluti nel tempo, e il popolo dei credenti è molto più tollerante. I leader spirituali non possono fare finta di niente. Per loro è necessaria una «rivoluzione silenziosa del pensiero».

Risponde, sul Corriere della Sera, Monsignor Luigi Negri.
«E’ la tipica intolleranza del laicismo. Un' intolleranza pesante, forte, che dice: pensate ciò che volete, ma alla fine dovrete pensarla come noi. La Chiesa parla in base a ciò che è giusto e vero e buono. Deve partire dalla fede e cercare di illuminare grazie alla fede i problemi, i limiti e le difficoltà di una situazione concreta. Qui invece si prende la mentalità dominante, che spesso lo è in senso modernista e anticattolico, e la si fa diventare un valore. La posizione della Chiesa diventa un'opinione: se corrisponde alla mentalità corrente va bene, sennò è negativa». L' ex premier britannico si è convertito al cattolicesimo e dice che tra la gente, nelle parrocchie, la fede si basa piuttosto su «compassione e solidarietà». «Così si fa confusione, si parla di giudizio e misericordia come fossero strutturalmente contrapposti. Mentre invece la misericordia è la modalità cristiana con la quale si esprime la chiarezza di giudizio. Il mondo ha bisogno di verità». Ma nel caso dell' omosessualità e degli omosessuali? «Come diceva Giovanni XXIII: inesorabili verso l' errore, comprensivi verso l' errante. Non potremo mai dire che l' omosessualità è bene ma, attenzione, non potremo mai neppure dire che un omosessuale, per il fatto di esserlo, non può salvarsi. Una volta espresso il giudizio, si vive del massimo di misericordia possibile. Giudizio sulla questione generale, misericordia verso le persone». La posizione sull' omosessualità è un dogma? «No, però c' è una convinzione profonda della Chiesa, la concezione della morale cattolica ritiene che certi comportamenti siano gravemente scorretti dal punto di vista etico».
«Tira quest' aria, l' intolleranza che dicevo: pensala come me, e così vai bene. Una mentalità che vorrebbe insegnarci come dobbiamo essere cattolici».

14.3.09

NON PUOI TAGLIARE LE RADICI DI CUI L’ALBERO VIVE


Non si può congelare l’autorità magisteriale della Chiesa all’anno 1962 – ciò deve essere ben chiaro alla Fraternità. Ma ad alcuni di coloro che si segnalano come grandi difensori del Concilio deve essere pure richiamato alla memoria che il Vaticano II porta in sé l’intera storia dottrinale della Chiesa.”
Chi vuole essere obbediente al Concilio, deve accettare la fede professata nel corso dei secoli e non può tagliare le radici di cui l’albero vive. Nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio. Non ad un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell’amore spinto sino alla fine (cfr Gv 13, 1) – in Gesù Cristo crocifisso e risorto. Il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l’umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più.

.... Condurre gli uomini verso Dio, verso il Dio che parla nella Bibbia: questa è la priorità suprema e fondamentale della Chiesa e del Successore di Pietro in questo tempo.
Da qui deriva come logica conseguenza che dobbiamo avere a cuore l’unità dei credenti. La loro discordia, infatti, la loro contrapposizione interna mette in dubbio la credibilità del loro parlare di Dio. A volte si ha l’impressione che la nostra società abbia bisogno di un gruppo almeno, al quale non riservare alcuna tolleranza; contro il quale poter tranquillamente scagliarsi con odio. E se qualcuno osa avvicinarglisi – in questo caso il Papa – perde anche lui il diritto alla tolleranza e può pure lui essere trattato con odio senza timore e riserbo. (Dalla lettera di Benedetto XVI ai Vescovi del 12.03.2009)

8.3.09

RIFLESSIONI SULLA DIGNITA’ DELLA PERSONA


La ragione e la fede sono due realtà distinte e originali, e il loro accordo non le priva mai della loro identità specifica.
Alla sfera della ragione appartengono le questioni concernenti l'embrione umano e l'unione dell'uomo e della donna nel matrimonio come luogo originario e proprio del sorgere all'essere di una nuova vita umana. Anche se «DIGNITAS PERSONAE» - come del resto l'istruzione DONUM VITAE (1987) - non afferma esplicitamente che l'embrione umano è una persona, invita in ogni caso a considerarlo come tale, rilevando che esiste "un nesso intrinseco tra la dimensione ontologica e il valore specifico di ogni essere umano".
La scienza stessa conferma quest'affermazione. Incapace di stabilire con i suoi metodi l'esistenza dell'anima umana, essa si domanda tuttavia come un individuo umano potrebbe non essere una persona umana. L'istruzione, (cfr. Dignitas personae), riprendendo questo ragionamento, lo esprime in questi termini: "La realtà dell'essere umano, infatti, per tutto il corso della sua vita, prima e dopo la nascita, non consente di affermare né un cambiamento di natura né una gradualità di valore morale, poiché possiede una piena qualificazione antropologica ed etica. L'embrione umano, quindi, ha fin dall'inizio la dignità propria della persona".
È nella linea di questa dignità personale attribuita all'embrione umano che l'istruzione sostiene altresì con forza che il solo luogo adatto al suo sorgere all'essere è l'atto "altamente personale" dell'incontro degli sposi nel matrimonio. Ogni tentativo di minare la consistenza di quest'atto è un oltraggio non solamente alla dignità degli sposi, ma anche alla dignità del frutto della loro unione. Alla dignità personale dell'embrione nel senso appena precisato se ne aggiunge un'altra che deriva dal mondo della fede: la dignità di essere creato "ad immagine e somiglianza di Dio" (cfr. Genesi, 1, 26), umanità - corpo e anima - assunta poi dal Figlio di Dio (cfr. Giovanni, 1, 14) per introdurre ogni uomo come figlio nella famiglia del Padre mediante la fede e il battesimo (cfr. Giovanni, 1, 12; Lettera ai Romani, 8, 15-17; Lettera ai Galati, 4, 5-7; Lettera agli Efesini, 1, 5; Seconda Lettera di Pietro, 1, 4). Ciò significa che l'embrione umano, che inizia a esistere in un momento preciso del tempo, è destinato non solamente a non perdere mai il costitutivo proprio dell'essere, ma a possederlo per sempre, in quanto elevato al livello propriamente filiale, nella gioia eterna della Fonte stessa dell'essere. Questa dimensione del "di più", che conferisce il suo pieno valore sia all'embrione umano sia all'unione degli sposi quale elemento sorgivo del suo esistere, non diminuisce in nulla la consistenza propriamente umana di queste realtà. Questo "di più" la rispetta, la purifica, l'eleva e la perfeziona. Si tratta, dunque, di perfezione non per negazione o per privazione, ma per assunzione e per rispetto dell'humanum.

8.2.09

STATO VEGETATIVO E ACCANIMENTO TERAPEUTICO


Nel caso di Eluana non si può parlare di accanimento terapeutico perché non ci troviamo di fronte a un trattamento che le sta procurando sofferenza, almeno per quanto traspare all’esterno. Peraltro la sofferenza non la si evince soltanto dal fatto che uno si lamenta o dice di avere dolore, ma lo si vede anche da parametri scientifici ben precisi: quando c’è dolore, ad esempio, aumenta la pressione, aumenta la frequenza cardiaca, ci sono insomma parametri oggettivi per cui è possibile capire se un soggetto soffre o no. Nel caso di Eluana i neurologi dicono che questo non accade. Quando papa Giovanni Paolo II ha chiesto, peraltro cosciente, che non venisse attuato accanimento terapeutico in relazione alla patologia di base che lo aveva portato a quel punto, non ha mai chiesto che venisse sospesa l’alimentazione o l’idratazione. Il Papa aveva chiesto di evitargli ulteriori gravosità nella sopportazione della malattia, e proprio per questo l’ha potuto chiedere legittimamente. La legittimità di rifiutare interventi che possono essere sproporzionati per il soggetto viene attuata dal soggetto stesso come dice anche il documento “Iura et bona” sull’eutanasia. La volontà del soggetto è l’elemento fondamentale: è il soggetto che valuta per sé questa condizione e decide se una determinata situazione che sta vivendo è proporzionata o no alla propria capacità di sopportazione, se è efficace o no per affrontare il problema. E questo elemento della volontà attiva del soggetto è il primo che manca nel caso di Eluana. Della volontà di Eluana, oggettivamente, non sappiamo nulla. Quando si deve valutare la proporzionalità di un intervento e quindi l’opportunità di continuarlo, si deve valutare l’obbiettivo per cui viene fatto. Se è terapeutico, per risolvere cioè una situazione patologica, si valuta la sua efficacia. Se non è efficace, lo si interrompe, ma nel caso di Eluana, l’intervento è proporzionato e gli effetti si vedono, tant’è che ha permesso di nutrire una persona per 17 anni, senza procurarle alcuna sofferenza. L’accanimento terapeutico si ha quando i trattamenti non portano alcun beneficio e sono ingiustamente penosi e contrari al bene della persona.

QUANDO VIENE MENO LO SPECIFICO UMANO


«Lasciarla morire, o più esattamente - per chiamare le cose con il loro nome - farla morire di fame e di sete, è oggettivamente, al di là delle intenzioni di chi vuole questo, l'uccisione di un essere umano. Un omicidio. Purtroppo inferto in maniera terribile, senza che nessuno possa essere certo che Eluana non soffrirà».
Di prevaricazioni però in questa vicenda se ne sono già fatte molte. A cominciare dai giudici che hanno applicato una legge che non esiste e che, soprattutto, non hanno tenuto conto della situazione reale di Eluana. Ad ogni modo, lo Stato ha il diritto e il dovere, di proteggere la vita di ogni suo cittadino».
Una legge sul testamento biologico o, meglio, la legge sulla fine della vita ora è necessaria. La parola testamento implica infatti che si disponga di un oggetto, ma la vita non è un oggetto, non è un appartamento o una somma di denaro. La legge dovrebbe evitare sia l'eutanasia sia l'accanimento terapeutico. Ma è ovvio che la nutrizione e l'idratazione non possono essere lasciate alla decisione dei singoli, perché toglierle significa provocare la morte. Se eutanasia significa morte "dolce", "buona", la fine di Eluana sarebbe peggio dell'eutanasia: Eluana morirebbe di fame e di sete. La sua sarebbe una morte pessima».
«In Italia, e ancor più in altri Paesi dell'Occidente, esiste un'emergenza educativa, che rappresenta un'ipoteca sul nostro futuro e ha le sue radici nella mentalità diffusa, secondo la quale non esistono più punti di riferimento che precedano e possano illuminare le nostre scelte. Quando non siamo più d'accordo su cos'è l'uomo, quando l'uomo viene ricondotto totalmente ed esclusivamente alla natura, salta ogni differenza qualitativa, viene meno lo specifico umano, cadono o cambiano radicalmente i parametri educativi. Si aprono così le porte al nichilismo, che nasce, come ha spiegato bene il suo primo sostenitore, Federico Nietzsche, con la "morte di Dio"».
(vedi)

7.2.09

INTERROMPERE UNA VITA E’ ALLUCINANTE E BESTIALE


Così si è espresso Enzo Jannacci nella bella intervista rilasciata ieri al Corriere della Sera. In essa ci ricorda che: “La vita è sempre importante, non soltanto quando è attraente ed emozionante, ma anche se si presenta inerme e indifesa. L’esistenza è uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque.” Ne suggerisco la lettura integrale qui.
Ma la vicenda in corso mi porta a fare alcune considerazioni:
1) La volontà di Eluana. Non esiste alcun documento o testamento che abbia permesso di accertare quanto affermato dal padre o da alcune conoscenti. La sentenza della Corte di Appello è in sostanza una condanna a morte, basata sulle sole dichiarazioni del padre, a seguito delle quali i giudici si sono formati la loro convinzione (?) "vista la straordinaria durata dello stato vegetativo permanente e l'altrettanto straordinaria tensione del suo carattere verso la libertà e la sua visione della vita” (sic!).
2) E’ responsabilità dello Stato garantire e tutelare la vita di tutti. Non ci può essere uno Stato dove ci sono vite che non sono ritenute degne di essere vissute. La vita deve essere tutelata sempre e comunque, in ogni circostanza, dal suo concepimento fino alla sua fine naturale. Non è ammissibile che in Italia dove la Costituzione difende la vita, si possa distruggere la vita.
3) Quello che si profila è l’inizio di una deriva, di un nuovo passaggio , dopo l’aborto, verso la cultura della morte, un passaggio dove la vita perde la sua dignità e il suo valore sacrale. Non è questione di essere insensibili alla sofferenza altrui. Si inizia con il caso pietoso ma l’intento è di estendere la facoltà come atto privato fino all’eutanasia, in nome dell’ideologia del relativismo. Si dice che quella di Eluana non è vita. Che razza di vità è quella di tanti anziani, non più autosufficienti e ammalati, che vivono in uno stato vegetativo in molte strutture pubbliche e private? Perché non si va dal giudice e si chiede di interrompere l’alimentazione, tanto non se ne accorgerebbero minimamente e potrebbero passare a migliore vita con vantaggi per lo Stato e le famiglie?
4) Ancora una volta brilla l’ipocrisia di coloro che non perdono occasione di protestare contro la pena di morte (però solo nel caso di esecuzioni da parte USA) o la caccia alle foche, ma sono poi in prima fila a sostenere il diritto di aborto (uccisione del feto) e il diritto all’eutanasia (uccisione del malato terminale o dell’anziano inutile).
5) Anche su questo caso, davvero lacerante ma rispetto al quale ogni cristiano è in grado di distinguere il grano dalla pula, si fanno sentire i cattolici-contro, quelli cioè che vogliono ad ogni costo far parte della Chiesa cattolica ma ritengono di essere la vera Chiesa, il Movimento per la riforma della Chiesa Cattolica, e pretendono di insegnare al papa ed ai vescovi quello che devono o non devono fare. Leggere per credere. Che tristezza!

26.1.09

RISCOPERTA DELLO SPIRITO


Attorno alla religione è stata intenzionalmente creata una cortina di noncuranza e di ignoranza; ora la fede diventa oggetto di continui attacchi. È significativa la battuta del Nobel Steven Weinberg, che oltretutto è un cosmologo e non un sociologo: «Ci sono persone buone che fanno cose buone e persone cattive che fanno cose cattive, ma se volete trovare gente buona che faccia cose cattive, rivolgetevi alla religione». In alcuni Paesi, questa frase è diventata quasi un proverbio e viene ripetuta dai media e nei bar. È stupefacente che se ne esca con una simile battuta un uomo come Weinberg, che ha vissuto gran parte della sua vita in un secolo, il XX, che ha conosciuto i regimi più oppressivi della storia. È questa l' obiezione che io muovo appena qualcuno tira fuori la battuta di Weinberg. E ottengo, invariabilmente, la seguente risposta: «Ma il comunismo era una religione!». Insomma, per alcuni, la parola "religione" è diventata sinonimo di irrazionalità e addirittura di assassinio. In pratica, c' è ormai chi intende per "religione" un complesso di credenze che può indurre persone buone e pacifiche (che non ucciderebbero neanche una mosca, che so, per conseguire un guadagno personale), a trasformarsi in killer per una "causa". Un modo di pensare abbastanza grossolano, questo. Al quale va mossa un' altra obiezione ancora: Hitler, Stalin, Pol Pot, Mao, eccetera, erano tutti nemici della religione. L' altro effetto negativo della mentalità antireligiosa è il ritardo con il quale viene affrontato il vero problema della violenza che cresce nelle nostre società.
Nel mondo secolarizzato è accaduto che la gente dimenticasse le risposte alle principali domande sulla vita. Ma il peggio è che sono state dimenticate anche le domande. Gli esseri umani - che lo ammettano o no - vivono in uno spazio definito da domande profonde. Qual è il senso della vita? Ci sono modi di vita migliori e peggiori, ma come si riconoscono? Quali sono i modi utili per l' individuo e per la comunità cui appartiene? Qual è il fondamento della mia dignità personale, che io cerco di difendere da me stesso, ogni giorno? Le persone hanno fame di risposte su tutte le questioni e, se ne accorgano oppure no, sentono il bisogno di vedersele risolte da qualcuno.

Charles Taylor

18.1.09

LEGGERE LA SACRA SCRITTURA


Che cosa possiamo imparare noi da san Girolamo? Mi sembra soprattutto questo: amare la Parola di Dio nella Sacra Scrittura. Dice san Girolamo: «Ignorare le Scritture è ignorare Cristo» (Commento ad Isaia, prol.). Perciò è importante che ogni cristiano viva in contatto e in dialogo personale con la Parola di Dio, donataci nella Sacra Scrittura. Questo nostro dialogo con essa deve sempre avere due dimensioni: da una parte, dev’essere un dialogo realmente personale, perché Dio parla con ognuno di noi tramite la Sacra Scrittura e ha un messaggio per ciascuno. Dobbiamo leggere la Sacra Scrittura non come parola del passato, ma come Parola di Dio, che si rivolge anche a noi, e cercare di capire che cosa il Signore voglia dire a noi. Ma per non cadere nell’individualismo dobbiamo tener presente che la Parola di Dio ci è data proprio per costruire comunione, per unirci nella verità nel nostro cammino verso Dio. Quindi essa, pur essendo sempre una Parola personale, è anche una Parola che costruisce comunità, che costruisce la Chiesa. Perciò dobbiamo leggerla in comunione con la Chiesa viva. Il luogo privilegiato della lettura e dell’ascolto della Parola di Dio è la Liturgia, nella quale, celebrando la Parola e rendendo presente nel Sacramento il Corpo di Cristo, attualizziamo la Parola nella nostra vita e la rendiamo presente tra noi. Non dobbiamo mai dimenticare che la Parola di Dio trascende i tempi. Le opinioni umane vengono e vanno. Quanto è oggi modernissimo, domani sarà vecchissimo. La Parola di Dio, invece, è Parola di vita eterna, porta in sé l’eternità, ciò che vale per sempre. Portando in noi la Parola di Dio, portiamo dunque in noi l’eterno, la vita eterna. Dice san Girolamo: «Cerchiamo di imparare sulla terra quelle verità, la cui consistenza persisterà anche nel cielo» (Ep. 53,10).

17.1.09

SAN GIROLAMO


Sofronio Eusebio Girolamo (san Girolamo), nel suo libro De viris illustribus, descrive le vite e le opere di tutti coloro che hanno scritto a proposito del cristianesimo (anche "eretici", ebrei e "pagani") da Pietro a suoi giorni, con l'intento apologetico di mostrare il valore anche letterario del cristianesimo. Il De Viris Illustribus, scritto nel 392, intendeva emulare le "Vite" svetoniane dimostrando come la nuova letteratura cristiana fosse in grado di porsi sullo stesso piano delle opere classiche. In esso sono presentate le biografie di 135 autori in prevalenza cristiani (ortodossi ed eterodossi), ma anche ebrei e pagani, che però hanno avuto a che fare con il cristianesimo, con uno scopo dichiaratamente apologetico:
« Sappiano Celso, Porfirio, Giuliano, questi cani arrabbiati contro Cristo, così come i loro seguaci che pensano che la Chiesa non ha mai avuto oratori, filosofi e colti dottori, sappiano quali uomini di valore l’hanno fondata, edificata, illustrata, e cessino le loro accuse sommarie di semplicità rozza rivolte alla nostra fede, e riconoscano piuttosto la loro ignoranza »
(Prologo, 14)
Le biografie hanno inizio da san Pietro e terminano allo stesso Girolamo ma, mentre nelle successive Girolamo elabora conoscenze personali, le prime 78 sono frutto di conoscenze di seconda mano non sempre completamente affidabili, tra cui
Eusebio di Cesarea.
L’opera venne talora indicata da Girolamo stesso col titolo "De scriptoribus ecclesiasticis".

A proposito di Pietro scrisse:
« Simon Pietro, figlio di Giovanni, dal villaggio di Betsaida nella provincia di Galilea, fratello di Andrea apostolo, ed egli stesso capo degli apostoli, dopo essere stato vescovo della Chiesa di Antiochia ed aver predicato alla Diaspora - i credenti nella circoncisione, nel Ponto, Galazia, Cappadocia, Asia e Bitinia - si spostò a Roma nel secondo anno di Claudio per spodestare
Simon Mago, e vi mantenne il seggio sacerdotale per venticinque anni fino all'ultimo, ovvero il quattordicesimo, anno di Nerone. A causa sua ricevette la corona del martirio venendo inchiodato alla croce con la testa verso terra e i piedi innalzati al di sopra, sostenendo che era indegno di essere crocifisso nella stessa maniera del suo Signore. Scrisse due lettere che sono dette "cattoliche", la seconda delle quali, essendo diversa nello stile rispetto alla prima, è considerata da molti non di sua mano. Anche il Vangelo secondo Marco, che era suo discepolo ed interprete, è ritenuto suo. D'altra parte i libri ascritti a lui, di cui il primo è intitolato Atti, un secondo Vangelo, un terzo Discorso, un quarto Apocalisse, un quinto Giudizio, sono respinti come apocrifi. Seppellito a Roma in Vaticano presso la via del trionfo, è venerato da tutto il mondo. »
(Sofronio Eusebio Girolamo, De viris illustribus)

Inside the St. Peters Basilica

A virtual tour of the Vatican

(Part 1)



(Part 2)

11.1.09

LA CHIESA SA ANCORA PARLARE AI FEDELI?


Don Gino Rigoldi (Il Sole24ore , 2 gennaio) sostiene che «la Chiesa perde terreno perché non sa parlare ai fedeli». Ha perfettamente ragione. E’ una constatazione: parlare ai fedeli, come del resto ai cittadini, sta diventando tremendamente difficile, ma bisogna imparare a parlare in modo comprensibile, attenti ai contenuti del discorso e alle aspettative dell’uomo di oggi. Molto spesso, come dice don Rigoldi, si tratta di incompetenza e di superficialità ma anche di mancanza di cura e rispetto degli ascoltatori. “Questo stile assente è di gran parte delle omelie dei sacerdoti e dei vescovi delle nostre chiese. Non c’è né carenza di Bibbia né carenza di Dottrina, né assenza di preghiera: c’è estraneità.” La Chiesa perde terreno perché non sa comunicare. Ogni sacerdote inventa le proprie omelie spesso povere nella forma e nel contenuto, pochissimi fanno riferimento agli scritti e ai discorsi del papa (bellissimi nella forma e profondi nei contenuti) o ai documenti della Chiesa. Dopo aver ascoltato la predica domenicale ci si accorge che non è rimasto nulla del messaggio ascoltato che possa essere d’aiuto per confermare la fede nella vita quotidiana e per continuare con più forza le vicende della vita. “Non è solo questione di una forma migliore delle prediche ma, quando si parla di Vangelo, la forma è anche sostanza.”

1.1.09

SINISTRA E VALORI


Il cattocomunismo ha rappresentato lo sfondo del grande disegno togliattiano dell'«incontro con i cattolici», che per decenni ha dominato la politica della sinistra italiana. Un disegno che nel mondo cattolico-democristiano (non esclusa la Chiesa) ha trovato sempre interlocutori pronti e attentissimi. Questa trama antica e tenace di relazioni, di intese, di sintonie non dette, di affinità profonde, sta oggi andando in pezzi. È lacerata dall'impossibilità di trovare una base economica significativa in comune nel mondo nuovo dominato dal liberismo brussellese; dalla eguale impossibilità di trovare una terza via ideologica in comune, stante l'obbligatoria reverenza liberaldemocratica a cui tutti sono ormai tenuti. Ma soprattutto la prospettiva cattocomunista è squarciata dal dissidio radicale - e che sembra destinato a radicalizzarsi sempre di più - proprio su quel terreno dei valori che un tempo, viceversa, era forse quello che più teneva insieme cattolici e comunisti. Questi ultimi, divenuti post, e andata perduta ormai ogni vestigia sociale di «popolo», appaiono totalmente assorbiti entro un orizzonte «borghese» che in nulla più si distingue da quello del resto della società italiana, un orizzonte definito da un fortissimo soggettivismo etico, da una spinta edonistico-acquisitiva, da un programmatico relativismo culturale, perfino ormai tentato dai fremiti dell' anticlericalismo. Il mondo cattolico e la Chiesa si trovano invece sulla sponda opposta: impegnati, come sanno e come possono, a combattere proprio contro il bagaglio etico e ideologico che oggi a sinistra raccoglie i maggiori consensi. È, la loro, una battaglia disperata, ma nobile e importante come spesso sono le battaglie delle minoranze contro le opinioni, e l'inevitabile conformismo, delle maggioranze. Quale che sia il suo esito, appare però chiaro che comunque anche su questo piano l'antico dialogo con i cattolici tanto caro alla sinistra di ispirazione comunista ha ormai perduto ogni possibile verosimiglianza; e con esso sembra ormai finita pure la lunga stagione del cattocomunismo.

9.12.08

LE BASI DELLA LIBERTA'


Il liberalismo deve riconoscersi come una tradizione storica congenere alla tradizione cristiana. In caso contrario, le libertà liberali decadono e decade anche la coesione sociale. Ricordiamoci la domanda di Jefferson: «Si può dire che le libertà di una nazione sono al sicuro se ne viene rimossa l’unica loro base solida, cioè la convinzione che sono un dono di Dio, e che non si possono violare se non provocandone la collera?». I liberali di oggi sono ancora in debito di una risposta convincente diversa da quella di Jefferson. Occorre essere disponibili ad ammettere che può esistere un vero oltre i nostri veri. Sui singoli veri, si può anche ridere, sapendo che sono caduchi, ma sul vero ulteriore, no, perché, per chi lo riconosce, è eterno. Il relativismo ride delle verità non solo perché le considera contingenti, provvisorie, sempre in divenire, ma perché nega che siano verità. Nietzsche, ad esempio, rideva sprezzante delle nostre verità, perché le considerava illusioni: ma morì pazzo e non si sottrasse alla verità clinica. C’è qualcosa anche di personalmente tragico nei relativisti che ridono delle verità e poi sono costretti a subirle.
Lo Stato laico non significa né Stato neutrale né Stato imparziale né Stato privo di valori riguardanti la persona, prima ancora che il cittadino. Se si tolgono questi valori — che sono tipicamente religiosi — si distrugge anche lo Stato laico.

8.12.08

A DREAM



I Have a dream





DAL CELEBRE SAGGIO DI BENEDETTO CROCE


«Il Cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l'umanità abbia mai compiuta: così grande [...] che non meraviglia che sia apparso o possa ancora apparire un miracolo, una rivelazione dall'alto, un diretto intervento di Dio nelle cose umane che da lui hanno ricevuto legge e indirizzo nuovo. Tutte le altre rivoluzioni, tutte le maggiori scoperte che segnano epoche nella storia umana non sostengono il suo confronto, parendo rispetto a lei particolari e limitate. Tutte, non escluse quelle che la Grecia fece della poesia, dell'arte, della filosofia, della libertà politica, e Roma del diritto: per non parlare delle più remote della scrittura, della matematica, della scienza astronomica, della medicina, e di quanto altro si deve all'oriente e all'Egitto...
E le rivoluzioni e le scoperte che seguirono nei tempi moderni, in quanto non furono particolari e limitate al modo delle loro, ma investirono tutto l'uomo, l'anima stessa dell'uomo, non si possono pensare senza la rivoluzione cristiana... perché l'impulso originario fu e perdura il suo. La ragione di ciò è che la ri-voluzione cristiana operò nel centro dell'anima, nella coscienza morale, e conferendo risalto all'intimo e al proprio di tale coscienza, quasi parve che le acquistasse una nuova virtù, una nuova qualità spirituale, che fino allora era mancata all'umanità. Gli uomini, gli eroi, i geni, che furono innanzi al Cristianesimo, compirono azioni stupende, opere bellissime, e ci trasmisero un ricchissimo tesoro di forme, di pensiero, di esperienze; ma in tutti essi si desidera quel proprio accento che noi accomuna e affastella, e che il Cristianesimo ha. dato esso solo alla vita umana».

B. Croce

7.12.08

PERCHÉ DOBBIAMO DIRCI CRISTIANI


Dopo le critiche alla deriva del liberalismo che, tradendo le intenzioni dei propri padri, ha finito per identificarsi col laicismo, Pera tratta dell’apostasia cristiana dell’Europa, che ha scelto di rinnegare le proprie radici, perdendo inevitabilmente la propria identità. Identità che il Vecchio Continente ha poi tentato di ricostruire sulle basi friabili del relativismo e del multiculturalismo, trovandosi infine impreparato di fronte alle sfide del nuovo millennio, l’integralismo islamico su tutte.
Il dialogo si fa quando si decide di usare la parola, non la forza, quando si cerca di convincere con le buone ragioni, non con l’imposizione. Il Papa a Ratisbona fu chiarissimo, almeno per coloro che vogliono capire o non hanno paura di capire: non disse che l’islam è una religione violenta, storia e scrittura alla mano pose la questione. Fece una domanda, e gli fu risposto con tracotanza. L’Europa dei nostri bravi e coraggiosi capi di Stato e di governo, naturalmente capì la domanda, ma subì la tracotanza. Quasi chiese scusa.
L’idea illuminista di vivere «come se Dio non esistesse» non dà frutti. Mentre accogliere la sfida di Benedetto XVI a vivere «come se Dio esistesse» da all’uomo contemporaneo una speranza che il nichilismo e il relativismo hanno finito per soffocare. Noi «dobbiamo» vivere come se Dio esistesse. Non si deve solo credere “che”, ma credere “in”. Credere “che” è diverso da credere “in”. Il cristianesimo è la fonte della nostra migliore civiltà, le virtù cristiane sono le migliori per la vita individuale e collettiva, l’idea dell’unità di tutto il genere umano perché figlio di Dio ha prodotto le migliori conquiste civili, eccetera. Chi crede “in”, fa un passo oltre: crede in una Persona, ha esperienza di un incontro, avverte una presenza. Costui è il credente in senso stretto, l’uomo di fede. Credere “che” è indispensabile, è uno sforzo che ciascuno deve fare, ma il credere “in” è un atto di grazia, che non dipende da alcuno sforzo intellettuale. Per il credente, Cristo si dà, si manifesta, si incontra, non si prova o argomenta. È necessario però che chi si limita al solo credere “che” non chiuda la porta al credere “in”, non lo consideri un atto irrazionale o impossibile. Il messaggio di Pascal o di Kant consiste proprio nell’apertura al credere “in”.

22.11.08

EFFICIENZA, SEGNO DI DEBOLEZZA


Quando tutto in un popolo sta indebolendosi e diventando inefficace per il tempo, esso comincia a parlare di efficienza. Così è quando il corpo di un uomo è un relitto che lui comincia, per la prima volta, a parlare di salute. Gli organismi vigorosi non parlano dei loro processi, ma dei loro obbiettivi. Non ci può essere migliore prova dell'efficienza fisica di un uomo che lui parli con allegria di un viaggio ai confini del mondo. E non c'è prova migliore dell'efficienza pratica di una nazione che essa parli costantemente di un viaggio ai confini del mondo, un viaggio al giorno del Giudizio ed alla Nuova Gerusalemme. Non ci può essere un segno più forte di una robusta salute materiale che la tendenza a correre dietro ideali alti e selvaggi; è nella prima esuberanza dell'infanzia che gridiamo alla luna. Nessuno degli uomini forti nelle età forti avrebbe capito cosa si intende per lavorare per l'efficienza. (da G.K.Chesterton)

15.11.08

IL POTERE DELLA DEMOCRAZIA


Il potere in quanto strumento della politica è una energia positiva che consente l’espressione delle volontà, delle decisioni, delle scelte. L’assenza di possibilità è fonte di alienazione che deprime e fa sentire il limite dell’impotenza.
Il potere è anche lo strumento che consente il predominio e la sopraffazione, che può determinare una condizione di dominanza-sottomissione senza limiti per cui si può arrivare a dire: ” Ho ragione io perché comando io”. Questa ragione è quella irrazionale di un potere dominante. Non è la ragione delle idee, del senso e del consenso che qualifica il potere rendendolo strumento di servizio, attraverso il quale la politica e l’amministrazione pubblica ritrovano i fondamenti etici.
La democrazia è esperienza, luogo e spazio nei quali un popolo, con le sue comunità e i suoi governanti, si dà e rispetta le leggi, gli impegni e le responsabilità. La democrazia è tempo e metodo condiviso per una parola data e assunta che diventa scelta, progetto e opera compiuta.
La democrazia abita nella casa del conosciuto, del documentato, del trasparente, dell’ascolto. Vi può, in questa casa, abitare il nascosto, l’inganno e l’abuso, ma questo avviene a caro prezzo. Uccide la democrazia e le sue culture, i suoi metodi. Consuma e perde i suoi uomini migliori.
Le sedi della democrazia politica non sono prive di mali e di occupazioni indebite o prevaricanti, non mancano le degenerazioni e i luoghi di scambio o di mercato. Ma, per quanto possano essere diffuse le esperienze negative di governo, il metodo della democrazia politica ripropone ad ogni generazione e ad ogni tempo obiettivi di bene comune diffuso.
Per l’incremento del capitale sociale, per la ricchezza della società civile, per la soggettività di ogni persona e per la effettiva signoria di un popolo che avanza nel suo sviluppo, la democrazia politica è fondamentale e sono preziose le sedi politico-istituzionali in cui si può esprimere.
La democrazia diffusa nei metodi, nelle forme e nei poteri riconosciuti, è segno e riferimento della qualità civile di un popolo, di una nazione, dei suoi abitanti e soggetti sociali che fanno propri i metodi della non violenza, del pluralismo, della tolleranza, della ricerca, del confronto. La democrazia non è solo un metodo o sistema di governo, può diventare stile di vita, criterio fondante di convivenza, basato sul rispetto della dignità di ogni persona.
La democrazia è un bene prezioso, va promossa e conosciuta, è da difendere e da amare.
In questo sentire la democrazia, vi è una qualità etica della politica che si manifesta diversamente dal “gioco difficile del potere”.
In essa si trova l’occasione privilegiata per fare della politica una testimonianza di passione per l’uomo e per la sua comunità.

9.11.08

GLI IDEALI AMERICANI


Per riprendere forza l'America non guarda al passato, non guarda indietro, guarda in alto, a Dio. Da lì sente venire «la speranza indomita» e «la chiamata », come ha detto il neopresidente Obama con un termine che sarebbe impossibile ascoltare sulla bocca di qualunque statista europeo. Da qui, dunque, il tono sempre obbligatoriamente profetico-visionario che in modo del tutto naturale prendono in quel Paese la «grande» politica e il suo discorso pubblico. Da qui anche—cosa ben più importante — la costante spinta alla «grandezza» che riceve la politica, sollecitata, specie nei momenti di crisi, a essere all'altezza dell'originaria ispirazione religiosa che presiede all' esistenza della comunità. Sollecitata altresì a trovare personalità nuove e carismatiche capaci di incarnare e dare voce a quell'ispirazione. Sempre da qui, infine, un altro fenomeno di straordinario rilievo: cioè il fatto che negli Stati Uniti, come è per l'appunto avvenuto con la recentissima vittoria dei democratici, ogni proposta di cambiamento, di riforma, anche quella dalla portata più radicale come l'elezione di un nero alla guida del Paese, è in grado di presentarsi facendo appello all'ideale originario. (qui)

7.11.08

LE BASI DELLA DEMOCRAZIA




Secondo Tocqueville, il principio democratico comporta negli individui «un tipo d'uguaglianza immaginaria nonostante la disuguaglianza reale della loro condizione». La tendenza all'uguaglianza delle condizioni che considera inevitabile presenta ai suoi occhi un pericolo. Constata che questo processo si accompagna ad un aumento dell'individualismo («piega su di sé») e questo contribuisce da un lato ad indebolire la coesione sociale e dall'altro induce l'individuo a sottoporsi alla volontà della maggioranza.
A partire da questa constatazione, si chiede se questo progresso dell'uguaglianza è compatibile con l'altro principio fondamentale della democrazia: l'esercizio della libertà, cioè la capacità di resistenza dell'individuo al potere politico. Uguaglianza e libertà sembrano in realtà opporsi poiché l'individuo tende sempre più a delegare il suo potere sovrano a un'autorità dispotica e quindi più non ad utilizzare la sua libertà politica: «l'individualismo è una sensazione ragionata che porta ogni cittadino ad isolarsi dalla massa dei suoi simili in modo che, dopo essersi creato una piccola società al suo impiego, abbandoni volentieri la grande società».
Secondo Tocqueville, una delle soluzioni per superare questo paradosso, pur rispettando questi due principi fondatori della democrazia, risiede nel restauro dei corpi istituzionali intermedi che occupavano un posto centrale nell'ancien régime (associazioni politiche e civili, corporazioni, ecc.). Solo queste istanze che incitano ad un rafforzamento dei legami sociali, possono permettere che l'individuo isolato deleghi al potere di Stato di esprimere la sua libertà e così resistere a ciò che Tocqueville chiama «l'impero morale della maggioranza».
Secondo Tocqueville la società democratica è destinata a trionfare perché è quella che può portare felicità al maggior numero di individui: questa società ugualitaria deve essere governata da leggi certe che verranno sposate dal popolo in virtù del fatto che esso partecipa alla stesura delle stesse attraverso i propri rappresentanti. Questo non implica un livellamento delle condizioni di vita ma un pareggiarsi delle condizioni di partenza: la società statunitense è ugualitaria perché permette a tutti di potersi realizzare, senza sbarramenti di censo. È una società che premia il progresso individuale.
Negli Stati Uniti vi è la certezza della sovranità popolare perché tutti partecipano alla gestione della cosa pubblica (suffragio universale maschile). Si viene a evidenziare, però, anche un risvolto negativo: con il suffragio allargato si cade nel dispotismo della maggioranza, è poco cioè lo spazio per chi dissente; si ha così una società massificata e conformista ma allo stesso tempo atomista. Si delinea come conformista perché se la maggioranza sceglie una cosa la minoranza deve adeguarsi senza discutere; allo stesso tempo ciascun individuo, delegato il potere non partecipa più all'attività politica. Nell'ancien régime vi sono corpi intermedi (corporazioni, ordini professionali) che mediano tra lo Stato e il cittadino: ora vengono meno e i cittadini tendono a rinchiudersi nella loro vita privata (atomizzazione). Se la democrazia è solo una vuota affermazione di uguaglianza essa non funziona perché esclude la viva partecipazione. Ci sono però dei contravveleni alla scarsa partecipazione che fanno si che gli USA siano una società mobile: decentramento, associazionismo, religione.
Grazie ad un ampio decentramento all'interno della struttura federale si moltiplicano le occasioni di partecipazione, è infatti nelle istituzioni comunali che si impara la democrazia. Un eccessivo centralismo tenderebbe a soffocarla.
L'associazionismo abitua i cittadini a stare insieme, tutti partecipano alla vita dell'associazione con la stessa posizione di partenza, senza differenze di censo.
La religione gioca un ruolo fondamentale nelle dinamiche politico-sociali dell'America. La religione deve essere qualcosa che insegna all'individuo a vivere con gli altri individui. La sfera religiosa è staccata dalla sfera politica: la religione ci aiuta a rispettare l'altro, garantisce i costumi; aiuta a governare la cosa pubblica non con istituzioni ma con precetti. La religione, inoltre, abitua il cittadino ad avere una pluralità di vedute e lo prepara al confronto.
Vi è però il rischio che la società passi dalla dicotomia nobili-non nobili a quella ricchi-poveri: il pauperismo non deve essere risolto solo attraverso l'intervento dello Stato ma l'individuo deve essere aiutato a realizzarsi da sé.

25.10.08

LA SOCIETÀ POSTMODERNA, LIQUIDA, ANARCHICA, PERMISSIVA È AL TRAMONTO


Cos'è stato il 1968? L'ultimo grande revival marxista rivoluzionario in Europa. I movimenti giovanili sorti nel corso degli anni Sessanta nel 1968 sono diventati marxisti rivoluzionari. Ma il fenomeno più importante è stato il grande movimento sindacale del 1969 (chiamato autunno caldo) da cui è uscito il nuovo potentissimo sindacato unitario, la triplice, che ha dominato la vita economico- politica italiana fino a oggi.
E come sono mutate le cose da allora? Il movimento studentesco e il movimento sindacale di quegli anni erano il prodotto del grande sviluppo economico del dopoguerra, dell'enorme arricchimento dell'Occidente. I ragazzi e gli operai di allora immaginavano, come Herbert Marcuse, un futuro tanto ricco e tanto sicuro che si potevano, anzi si dovevano lasciar liberi gli istinti troppo compressi dall'etica del profitto e del lavoro. La società aveva bisogno di libertà sessuale, di emancipazione, di tempo libero, di gioco. Oggi invece la concorrenza dell'India, della Cina, l'aumento del prezzo del petrolio, del grano, la crisi finanziaria generano l'incubo della recessione economica e della disoccupazione. Un futuro pauroso in cui potremo sopravvivere solo se gli Stati più potenti del mondo daranno origine a un sistema di leggi che regolano il funzionamento del mercato, dei cambi, del commercio e impediscono la speculazione. Sono gli Stati i protagonisti di questo periodo.
E, all'interno del nostro Paese, dobbiamo aumentare l'efficienza e la produttività delle imprese, rendere più seria la scuola, più rigorosa l'educazione, più rapida e sicura la giustizia, più stabile l'occupazione. Tutte cose che non si possono ottenere solo con scioperi, dichiarazioni ideologiche, girotondi e occupazioni. La gente finirà per accorgersene. Il problema di oggi non è la liberazione dai tabù del passato, l'emancipazione femminile, la libertà sessuale, la ricerca dell'eccesso e dell'avventura, come negli anni Settanta, ma il bisogno di certezze e di sicurezza attraverso la costruzione di un ordine mondiale, di un apparato dello Stato rigoroso ed efficiente, di una economia solida, di un ethos pubblico e privato. La società postmoderna, liquida, anarchica, permissiva è al tramonto. (di F. Alberoni)

LE TRE GRANDI MINACCE AL CATTOLICESIMO


L’attenzione del nuovo presidente della Cei, Angelo Bagnasco, pare essersi spostata sul territorio. Sui suoi problemi, dentro al perimetro delle parrocchie, ma, soprattutto, fuori. In un confronto in cui conta di meno l’influenza della gerarchia sulla formazione delle leggi e di più quella sul costume, sulla cultura, sull’educazione della società italiana. Così, appena gli occhi dei vescovi si sono posati con maggior insistenza sulla concretezza della vita quotidiana degli italiani, sono apparse subito evidenti le tre grandi minacce al cattolicesimo della società d’oggi: il pericolo di uno scontro sociale sul problema dell’immigrazione, la difficoltà di contrastare uno stile di vita edonista e consumistico che tende a trascurare i valori di sacrificio e di impegno richiesti dalla professione della fede, gli effetti di una predicazione affidata a un clero con un’età media molto alta, con una preparazione culturale declinante e anch’essa invecchiata. Un clero, inoltre, abituato, da molto tempo, a una selezione alle maggiori responsabilità fondata più sul criterio della fedeltà e del conformismo e meno su quello della promozione di personalità forti, carismatiche, originali. (continua)

19.10.08

16 OTTOBRE 1978

18.10.08

OCCORRE TEMPO E CURA


Sono molte le persone che non trovano l’amore che cercano e che si sentono sole. In ogni essere umano, infatti, esistono due tendenze opposte, una che ci spinge alla ricerca di nuove esperienze, di nuovi rapporti e l’altra che invece ci fa desiderare di amare ed essere amati da una sola persona e di realizzare solo con lei una intimità totale.
Avendo a disposizione numerose alternative, molti spesso hanno tanti rapporti, tante esperienze, provano e cambiano in modo frettoloso. Alla più piccola frustrazione, alla più piccola delusione cercano subito qualcosa di meglio. Ma l’amore non si trova correndo in modo veloce da uno all’altro. Occorre tempo per capire se ciò che proviamo è amore o solo una attrazione. Occorre tempo per capire se l’altro ci ama. Occorre tempo per capire se il legame è forte.
E in questo periodo delicato un solo errore può distruggere tutto. L’amore infatti è come il diamante, durissimo e fragile. Vuole tutto, non puoi dirgli «resta dove sei, vado a fare un’altra esperienza e torno». E se lo perdi non puoi rimpiazzarlo, non c’è nessuno al mondo che lo possa sostituire. Lo puoi cercare anni e anni nei viaggi, nei club, nelle discoteche, sul web senza trovarlo. Poi talvolta invece, quando meno te lo aspetti, lo incontri. Ma, come la prima volta, corri sempre il pericolo di fare un errore e di perderlo. Devi riconoscerlo e averne cura.

5.10.08

L'UOMO ETERNO



Se mai esiste, cos’è che rende l’essere umano soltanto umano? Questa è la domanda che G.K. Chesterton si pone in questa esplorazione classica della storia umana. Rispondendo al materialismo evolutivo del suo contemporaneo (e antagonista) H.G. Wells, Chesterton in questo lavoro afferma l’unicità umana e il messaggio unico della fede cristiana. Scrivendo in un periodo in cui il darwinismo sociale era rampante, Chesterton replicò dicendo che l’idea secondo la quale la società ha subìto un progresso da uno stato di primitivismo e di barbarie verso la civiltà, è semplicemente e piattamente imprecisa.
«Il barbarismo e la civiltà non sono palcoscenici successivi nel progresso del mondo», afferma, con argomenti dedotti dalle storie dell’Egitto e della Babilonia.
«La più semplice verità sull’uomo, è che egli è un essere veramente strano: strano, quasi, nel senso che è straniero a questa terra. In breve, egli ha più l’aspetto esterno d’uno che venga con altre abitudini da un altro mondo che di uno cresciuto su questo. Ha vantaggi e svantaggi sproporzionati.Non può dormire nella sua pelle; non può affidarsi ai propri istinti. È, insieme, un creatore che muove mani e dita miracoloso, ed una specie di mutilato. È avvolto in bende artificiali che si chiamano vestiti; si appoggia a sostegni artificiali che si chiamano mobili.
Il suo spirito ha le stesse malcerte libertà e le stesse bizzarre limitazioni. Solo, fra tutti gli animali, è scosso dalla benefica follia del riso; quasi egli avesse afferrato qualche segreto di una più vera forma dell’universo e lo volesse celare all’universo stesso.
Solo, fra gli animali, sente il bisogno di staccare i suoi pensieri dalle profonde realtà del suo essere corporeo; di nasconderli talora come in presenza di più alte possibilità che gli creano il mistero del pudore. Sia che esaltiamo queste cose come naturali all’uomo, sia che le disprezziamo come artificiali e contro natura, esse rimangono nondimeno uniche. È quel che l’istinto popolare riconosce sotto il nome di religione, finché non lo disturbino i pedanti…»

Gilbert Keith Chesterton - L'uomo eterno - Rubbettino Editore, 2008

4.10.08

LA MISSIONE DELLA CHIESA


La Chiesa, nell’epoca attuale di profonde e spesso sofferte mutazioni, continua a proporre a tutti il messaggio di salvezza del Vangelo e si impegna a contribuire all’edificazione di una società fondata sulla verità e la libertà, sul rispetto della vita e della dignità umana, sulla giustizia e sulla solidarietà sociale.
Dunque, come ho ricordato in altre circostanze, "la Chiesa non si propone mire di potere, né pretende privilegi o aspira a posizioni di vantaggio economico e sociale. Suo solo scopo è servire l’uomo, ispirandosi, come norma suprema di condotta, alle parole e all’esempio di Gesù Cristo che «passò beneficando e risanando tutti» (At 10,38)" (
Discorso del 4 ottobre 2007).
Per portare a compimento questa sua missione, la Chiesa ovunque e sempre deve poter godere del diritto di libertà religiosa, considerato in tutta la sua ampiezza.
All’Assemblea delle Nazioni Unite, in quest’anno che commemora il 60° della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo,
ho voluto ribadire che "non si può limitare la piena garanzia della libertà religiosa al libero esercizio del culto; al contrario, deve esser tenuta in giusta considerazione la dimensione pubblica della religione e quindi la possibilità dei credenti di fare la loro parte nella costruzione dell’ordine sociale" (Discorso del 18 aprile 2008).
Questo contributo all’edificazione della società la Chiesa lo offre in maniera pluriforme, essendo un corpo con molte membra, una realtà al tempo stesso spirituale e visibile, nella quale i membri hanno vocazioni, compiti e ruoli diversificati. Particolare responsabilità essa avverte nei confronti delle nuove generazioni: con urgenza, infatti, emerge oggi il problema dell’educazione, chiave indispensabile per consentire l’accesso ad un futuro ispirato ai perenni valori dell’umanesimo cristiano.
Dal discorso di Benedetto XVI durante la visita ufficiale al Presidente della Repubblica italiana