31.1.10

LA CHIESA DELLA MADONNA DELLO SCALPELLO IN MONTENEGRO












Perasto si trova nel bacino più interno delle Bocche di Cattaro, su un capo che divide la baia di Risano da quella di Cattaro, e di fronte allo Stretto delle Catene (Tjesnac Verige) che dà sulla baia di Teodo.
Di fronte alla cittadina si trovano due graziose isolette: l'isola di San Giorgio (Sveti Ðorđe) ospita un boschetto di cipressi ed un'abbazia benedettina del 1166, che nel medioevo fu un importante centro di irradiazione culturale, mentre sull'isola dello Scalpello sorge il santuario della Madonna dello Scalpello (Gospa od Škrpjela), eretto nel 1632 e coronato da una grande cupola del 1722. L'isola dello Scalpello ha anche la particolarità di essere l'unica isola artificiale dell'Adriatico, in quanto costruita a partire da uno scoglio nel corso dei secoli dai marinai perastini, dopo che, secondo la tradizione, due di essi vi trovarono un'immagine della Vergine nel 1452.
Le Bocche di Cattaro, che penetrano per 28 Km la costa, costituiscono una simbiosi armonica tra vari ambienti naturali e un ricco patrimonio artistico: rappresentano il più grande fiordo del Mediterraneo ed anche il più bello. Circondata dai pendii dei monti Lovćen e Vrmac e dal Parco Nazionale di Lovćen e Orjen, l’area comprende 12000 ettari, di cui 2600 ricoperti dalle acque del mare.
La bellezza della zona ha affascinato scrittori famosi come Margherite Yourcenar, George Bernard Shaw e Lord Byron. Artisti di tutto il mondo le hanno attribuito appellativi come “La sposa del Mare Adriatico”, “La fata del Mare”, “Il golfo più bello del mondo”, “La bella bocca del Mediterraneo”. Nessuno però è in grado di descrivere la struggente bellezza che si presenta al visitatore, che fece scrivere al poeta Ljuba Nenadovic: "Mi sembra strano che il sole possa tramontare su tale bellezza."

24.1.10

L'INVIDIA


L’invidia si caratterizza come desiderio ambivalente: di possedere ciò che gli altri possiedono, oppure che gli altri perdano quello che possiedono. L'enfasi è, quindi, sul confronto della propria situazione con quella delle persone invidiate, e non sul valore intrinseco dell'oggetto posseduto da tali persone.
Si può considerare l'invidia come il peccato "opposto" alla superbia: mentre la superbia consiste in un'eccessiva considerazione di sé, l'invidia è caratterizzata da una bassa autostima e da una concezione esagerata degli ostacoli e delle difficoltà. Spesso, infatti, il soggetto invidioso possiede delle buone qualità che possono anche essere riconosciute, ma non le considera sufficienti e si ritiene un incapace.
Alla base dell'invidia c'è, generalmente, la disistima e l'incapacità di vedere le cose e gli altri prescindendo da sé stessi: in questo senso, si può affermare che l'invidioso è generalmente frustrato, ossessivo, manipolatore, con pochi scrupoli e talvolta ipocrita.
L'invidioso assume spesso atteggiamenti e comportamenti ben precisi e, quindi, riconoscibili. Tra i più tipici comportamenti dell'invidioso c'è il disprezzo dell'oggetto invidiato ("questa cosa, che io non ho, non vorrei comunque averla perché non mi piace"); una celebre e proverbiale rappresentazione di questo atteggiamento è la favola di Esopo La volpe e l'uva.
L'invidioso può rivolgere la propria invidia non solo verso oggetti materiali, ma anche verso presunte doti possedute dall'invidiato: per esempio, una particolare avvenenza, intelligenza o capacità, uno spiccato fascino; in tali casi, l'invidioso reagisce tentando di disprezzare o di sminuire l'invidiato, perché ai suoi occhi questo è colpevole di evidenziare ciò che l'invidioso non ha. In un certo senso, è come se si sentisse sminuito dall'esistenza dell'invidiato e, in qualche modo, danneggiato da questo.
L'invidia può provocare uno stato di profonda prostrazione: in taluni casi, l'invidioso può assumere comportamenti molto aggressivi e il tentativo di sminuire l'invidiato può raggiungere toni esasperati, arrivando anche al pubblico disprezzo e alla pubblica derisione, come a dire: "io sto male per colpa tua, perché tu metti in luce la mia inferiorità; allora devo assolutamente evidenziare le tue mancanze, i tuoi difetti, facendoti sentire ridicolo: farò in modo che anche tu soffra". Se, tuttavia, il progetto dell'invidioso fallisce, egli si sentirà sempre più debole e ridicolo.
L'invidia è, nella maggior parte dei casi, rivolta verso lo stesso sesso: gli uomini invidiosi lo sono, in genere, di uomini e le donne di donne. E quali sono gli oggetti più comuni dell'invidia? Tra uomini l'invidia verte su aspetti economici, politici, patrimoniali, professionali, culturali, intellettivi, sessuali e, in generale, su tutto ciò che rende un uomo "più potente di un altro". Dal lato femminile, l'invidia, che per i secoli addietro verteva quasi esclusivamente sull'avvenenza e sulla capacità di seduzione, da qualche decennio a questa parte, con il cambiamento del ruolo che la donna riveste nella società, ha cominciato ad "accostarsi", per molti aspetti, a quella degli uomini.

17.1.10

I MONASTERI DI METEORA












Meteora è una famosa località ubicata nel nord della Grecia, al bordo nord occidentale della pianura della Tessaglia, nei pressi della cittadina di Kalambaka. È un importante centro della chiesa ortodossa, nonché una rinomata meta turistica, ed è stata dichiarata patrimonio dell'umanità dall'Unesco. Dei ventiquattro monasteri edificati con enormi sacrifici su queste falesie di arenaria, attualmente solo sei sono ancora abitati, in parte recuperati dopo anni di abbandono:
Agios Nikolaos (San Nicola)
Agios Stefanos (Santo Stéfano)
Aghia Triada (Santa Trinità)
Gran Meteora, o monastero della Trinità
Roussanou
Varlaam
I primi insediamenti risalgono all'XI secolo, quando i primi eremiti occuparono alcune grotte nei fianchi dei dirupi.
Nei pressi della formazione rocciosa detta "Dupiani", agli inizi del XII secolo si formò una comunità di asceti che dette avvio ad uno stato monastico organizzato.
Nel XIV secolo, allo scopo di difendersi dai turchi, furono costruiti monasteri sulle cime di rocce inespugnabili. Si narra che Athanasio, nel fondare il monastero della Trasfigurazione (Gran Meteora) con le severe regole monastiche del monte Athos, abbia chiamato "Meteoro" la roccia a base dell'edificio, dando così origine al termine di meteora ancora oggi in uso.
Dopo un periodo di proliferazione e di ampliamento dei monasteri, il passare del tempo e le calamità, come le incursioni di vari conquistatori, condussero al declino molti di essi, in particolare dopo il XVII secolo.

9.1.10

S. MARIA IN ARACOELI







Costruita sopra il tempio di Giunone Moneta (cioè Ammonitrice) e sul luogo di un monastero di monaci greci [VII secolo] che successivamente passerà ai benedettini col nome di S.Maria in Capitolio, su questa altura era anche localizzata la zecca dell'antica Roma, per cui la nostra parola italiana "moneta" deriva proprio da questo tempio di Giunone.
Deve l'appellativo in Aracoeli, affermatosi agli inizi del 1300, all'apparizione della Vergine che qui ebbe l'Imperatore Ottaviano. La Sibilla Tiburtina, consultata dall'imperatore Ottaviano Augusto, annunciò che "dal cielo verrà un re di sembianze umane che regnerà per secoli e giudicherà il mondo". Successivamente l'imperatore, che si trovava nella sua camera, è testimone di un'apparizione: una vergine su un altare tiene in braccio un bambino e una voce annuncia che quello è l'altare del "Signore del Cielo". Ottaviano Augusto cade in ginocchio in adorazione (vedi dipinto).
Le comunità cristiane, nel Medioevo, vollero interpretare "a posteriori" questa visione come un annuncio dell'avvento del Messia.
Secondo la leggenda Augusto rimase molto impressionato dalla visione, per cui fece dedicare, proprio nei pressi della sua camera, un altare a quel "Signore del Cielo" prossimo venturo. Per cui la parola "Ara Coeli", cioè "Altare del Cielo", deriverebbe da quest'altare presso la camera dell'imperatore, altare posto come primo nucleo della chiesa, edificata qualche secolo dopo. Sulla terza colonna della fila di sinistra, in alto, leggiamo un'antica incisione: "A cubiculo Augustorum" (vedi foto). Si ritiene che questa colonna, che oggi sorregge la navata, esistesse da prima della chiesa, e originariamente sorreggesse l'appartamento dell'Imperatore.
Nel 1250 Innocenzo IV concesse la chiesa ai Frati Francescani Minori che la ricostruirono in forme romanico-gotiche nel 1285-87 fino alla consacrazione del 1291. I lavori vennero conclusi con la rapida scalinata di 122 gradini [Lorenzo di Simone Andreozzi] che fu inaugurata da Cola di Rienzo nel 1348. Il cardinale Oliviero Carafa vi condusse lavori nel 1467-72, Pio IV nel 1564 demolì l'abside affrescato da Pietro Cavallini, abolì la schola cantorum e spostò l'ingresso laterale. Il prospetto esterno attuale, in guscio a mattoni, risale al XIII e accoglie tre portali sopra i quali si aprono altrettante finestre. L'interno è distribuito su tre navate con arcate a tutto sesto divise da ventidue colonne antiche. Il soffitto ligneo a cassettoni con decorazioni in stucco di scuola berniniana, fu realizzato dal Sermoneta e da Cesare Trapassi con al centro la Vergine e il Bambino, in ringraziamento della vittoria nella Battaglia di Lepanto. Il pavimento cosmatesco venne realizzato sullo stile figurativo dei fratelli Cosmati, famiglia di marmorari particolarmente attiva nel XII secolo come testimoniato inoltre dai due pergami con mosaici di Lorenzo e Jacopo Cosma del 1200 collocati al transetto sinistro e destro.
(vedi qui e qui)

8.1.10

L`UOMO MENDICANTE DI SIGNIFICATO E COMPIMENTO


La società odierna è simile a quella francese dell'epoca della Rivoluzione. La fede cristiana, infatti, deve affrontare sfide anche più complesse di quelle del post-1789. "Se allora c'era la 'dittatura del razionalismo', all'epoca attuale si registra in molti ambienti una sorta di 'dittatura del relativismo'. Entrambe appaiono risposte inadeguate alla giusta domanda dell'uomo di usare a pieno della propria ragione come elemento distintivo e costitutivo della propria identità. Il razionalismo fu inadeguato perché non tenne conto dei limiti umani e pretese di elevare la sola ragione a misura di tutte le cose, trasformandola in una dea; il relativismo contemporaneo mortifica la ragione, perché di fatto arriva ad affermare che l'essere umano non può conoscere nulla con certezza al di là del campo scientifico positivo. Oggi però, come allora, l'uomo 'mendicante di significato e compimento' va alla continua ricerca di risposte esaustive alle domande di fondo che non cessa di porsi". (BEN XVI 5 agosto 2009)

7.1.10

SIAMO FIGLI DEL PENSIERO DEBOLE


Ci troviamo al culmine della diffusione di un fenomeno che appare ormai irrefrenabile: ogni campo del sapere sembra intaccato e affetto da un’epidemia che lascia poche speranze per il nuovo millennio. Si tratta del relativismo, struttura portante del cosiddetto "pensiero debole", che la "modernità" ha inflitto alla nostra civiltà diffondendolo a dimensione planetaria sotto morfologie solo apparentemente cangianti, come indifferentismo, nichilismo, mobilismo, pirronismo, soggettivismo, individualismo, ecc., in campo ontologico, gnoseologico, culturale, etico, terminologico, ...
Si assiste - e spettatori passivi e inermi ci sentiamo tutti - ad un consequenziale e inesorabile indebolimento del piano valoriale e semantico, fonte di una metafisica distorta che - per dirla con le parole di Giovanni Paolo II - consuma il mondo dei valori come "semplici prodotti dell’emotività e la nozione di essere è accantonata per fare spazio alla pura e semplice fattualità".
"La filosofia moderna - scrive Giovanni Paolo II nella sua lettera enciclica Fides et ratio - , dimenticando di orientare la sua indagine sull’essere, ha concentrato la propria ricerca sulla conoscenza umana. Invece di far leva sulla capacità che l’uomo ha di conoscere la verità, ha preferito sottolinearne i limiti e i condizionamenti. Ne sono derivate varie forme di agnosticismo e di relativismo, che hanno portato la ricerca filosofica a smarrirsi nelle sabbie mobili di un generale scetticismo. Di recente, poi, hanno assunto rilievo diverse dottrine che tendono a svalutare perfino quelle verità che l’uomo era certo di aver raggiunto. La legittima pluralità di posizioni ha ceduto il posto a un indifferenziato pluralismo, fondato sull’assunto che tutte le posizioni si equivalgono: è questo uno dei sintomi più diffusi della sfiducia nella verità che è dato verificare nel contesto contemporaneo".
Nonostante "il modernismo sfrenato d’oggi", "l’annuncio nietzschiano che "Dio è morto", Maritain - che definisce "l’uomo come colui che cerca la verità"- ha la forza di gridare: "La ragione è fatta per la verità, per conoscere l’essere"! "Non c’è niente al di sopra della verità"! E tanto più si indebolisce la verità, la "nostalgia dell’assoluto", tanto più si avanza nello spirito di terrestrità, in quella "specie di inginocchiamento davanti al mondo che si manifesta in mille modi".
Una modernità che porta al prassismo e all’efficientismo contemporanei, alla perdita del fondamento. In un’epoca nella quale "ci si accontenta di verità parziali e provvisorie", forzatamente "costretti a costatare la frammentarietà di proposte che elevano l’effimero al rango di valore", ci esorta a "non perdere la passione per la verità ultima e l’ansia per la ricerca, unite all’audacia di scoprire nuovi percorsi. È la fede che provoca la ragione a uscire da ogni isolamento e a rischiare volentieri per tutto ciò che è bello, buono e vero. La fede si fa così avvocato convinto e convincente della ragione".

5.1.10

CHIESA DEI SS. GIOVANNI E PAOLO




La chiesa risale al 398 d.C e fu costruita per volontà del senatore Bizante sulla casa dove i due ufficiali romani Giovanni e Paolo vennero martirizzati da Terenziano nel 362. Danneggiata dall'incursione barbara di Alarico nel 410, e dal terremoto del 442, nonché dal saccheggio dei Normanni nel 1084, fu di nuovo costruita. Sotto il pontificato di Pasquale I [817-824] fu edificato il convento e iniziato il campanile esterno a sei ordini con doppie bifore concluso attorno al 1150. Seguirono restauri e alterazioni fino al 1952 quando si ripristinò la facciata paleocristiana di tipologia aperta. La basilica è difatti preceduta da un portico con architrave poggiante su colonne antiche. L'interno è suddiviso in tre navate da pilastri affiancati alle colonne originarie. Al centro della basilica una lapide ricorda il luogo dove vennero martirizzati i due santi. Nell'abside 'Cristo in Gloria' affresco di Cristoforo Roncalli detto il Pomarancio. [1588] Sotto è collocato il 'Martirio di S.Giovanni' 'Martirio di S.Paolo' e 'Conversione di Terenziano' di Domenico Piastrini, Giacomo Triga e Pietro Andrea Barbieri. [1726] All'altare maggiore una vasca in porfido raccoglie le reliquie dei due martiri. A sinistra dell'altare una porticina immette in un piccolo ambiente dove è custodito 'Cristo in trono fra sei apostoli' del XIII secolo. In sagrestia importante tavola di Antoniazzo Romano raffigurante 'Madonna con Bambino e i Ss.Giovanni Evangelista e Giovanni Battista e i Ss.Girolamo e Paolo'. (raggiungibile con il bus 81 dal Colosseo)

4.1.10

RELATIVISMO E VERITÀ


La dottrina del cosiddetto relativismo è molto seducente: non esistono verità, ogni ideale si equivale, ognuno ha il diritto di seguirlo senza alcun vincolo. Dal che deriverebbe automaticamente il rispetto assoluto per le idee degli altri, la rinuncia ad ogni tentazione di imporre le proprie con la forza: dialogo e concordia assicurati. Tutto facile, no? La mentalità “relativista” emerge anche nelle discussioni quotidiane: può capitare che chi sostiene con convinzione una tesi, chi parla di “verità”, si senta etichettare pregiudizialmente come "dogmatico" (termine che invece, più propriamente, dovrebbe indicare chi rifiuta di discutere le proprie tesi); o come "intollerante" (termine che dovrebbe, piuttosto, indicare chi pretende di imporre la propria visione, anziché proporla al dibattito comune). Emerge allora una certa carica aggressiva del relativismo, che vuole coprire la sua banalità e superficialità.
Il fatto è che il relativismo è una costruzione astratta, che non dà risposta ai problemi concreti della vita e della convivenza civile.
La tesi per cui unica bussola dell'agire umano - nella sua sfera personale - dovrebbe essere "fa' ciò che desideri", senza nessuna riflessione seria sul bene oggettivo della persona, è una tesi che sembra salvaguardare la libertà individuale, ma non dà risposta al naturale desiderio di felicità e di infinito dell'uomo.
“Negare la realtà è un inutile autoinganno” di Giovanni Martino

26.12.09

ADORAZIONE

HUBBLE IMAGES

THE KNOWN UNIVERSE

29.11.09

RELATIVISMO ETICO, ANTIDOGMATISMO, TOLLERANZA, PACIFISMO


Il relativismo viene talvolta considerato attraente in quanto viene confuso con l'antidogmatismo, cioè con l'atteggiamento di chi non erige le proprie convinzioni a dogmi inattaccabili dalla critica ed è pronto a rivederle alla luce delle convinzioni altrui, mostrandosi così disponibile al dialogo e attento alle ragioni degli altri. A questo riguardo si può rilevare da un lato che appare inopportuno chiamare relativismo l'antidogmatismo e dall'altro lato che l'antidogmatismo, così come il dogmatismo, non è implicato da alcuna delle diverse posizioni del relativismo etico, né peraltro dalle posizioni che a queste si contrappongono. Chi adotta il relativismo etico normativo, cioè chi adotta una dottrina morale relativista, può essere indifferentemente dogmatico o antidogmatico, cioè pronto a mutare la propria dottrina morale, non diversamente da chi adotta una dottrina morale universalista.
Per il relativismo, la questione se un certo giudizio morale sia vero o falso è in un certo senso una questione privata di colui che proferisce il giudizio, poiché questo sarà probabilmente vero per il parlante, cioè sulla base delle credenze morali fondamentali che egli adotta (e presumibilmente falso sulla base di altre credenze morali fondamentali che altri adottano o potrebbero adottare). Chi adotti la posizione relativista, dunque, non ha particolari motivazioni a prendere in considerazione i giudizi morali avanzati dagli altri e le ragioni con cui questi sono giustificati: la questione se questi giudizi, date le ragioni che li sorreggono, siano candidati alla verità migliori dei propri giudizi difficilmente si pone là dove si ritiene che ogni individuo abbia le proprie verità. Ancor meno propenso a valutare i propri giudizi morali confrontandoli con quelli degli altri sarà poi chi adotta la posizione dello scetticismo metaetico: per chi è convinto che i giudizi morali esprimano solo sentimenti ed emozioni, ovvero gusti personali, non sembra infatti ragionevole intavolare una discussione al fine di individuare il giudizio morale migliore, cioè sorretto più solidamente da ragioni (come è noto, è inutile disputare intorno ai gusti).
Un'altra attrattiva del relativismo viene talvolta individuata nella tolleranza, poiché ad alcuni sembra che il relativismo, in qualcuna delle sue forme, implichi la tolleranza. Il relativismo etico normativo, in una sua versione, prescrive effettivamente una certa forma di tolleranza, in quanto prescrive ad ogni cultura di non interferire negli affari delle altre culture. Certamente, però, il relativismo normativo non prescrive, in nessuna delle sue forme, la tolleranza alla quale siamo soliti attribuire valore, cioè la non interferenza del potere in determinati ambiti dell'azione umana, come quelli della manifestazione del pensiero o della religione: esso conferisce infatti validità alle regole di ogni possibile cultura, a prescindere dalla questione se queste garantiscano o non garantiscano la libertà di manifestazione del pensiero, la libertà religiosa o qualunque altra libertà.
Un'idea piuttosto diffusa è che il valore della tolleranza presupponga il relativismo metaetico o lo scetticismo metaetico, perché solo dalla convinzione che in etica vi siano molte verità o nessuna verità può seguire l'idea che non vi è alcuna ragione per imporre agli altri le nostre credenze morali o determinati comportamenti che ci appaiono giusti. Anche questo modo di pensare, però, è evidentemente sbagliato: relativismo metaetico e scetticismo metaetico non implicano alcun valore particolare, e dunque neppure il valore della tolleranza.
Alcuni sembrano infine ritenere che dal relativismo segua il pacifismo e dal suo opposto la legittimazione della guerra, almeno in alcune circostanze. In particolare vengono addossate responsabilità belliche alle dottrine morali universaliste che fanno proprio il valore della democrazia o l'idea dei diritti umani. Anche questa posizione, però, è evidentemente sbagliata. Da un lato è vero che il relativismo etico normativo assicura la pace tra le diverse culture (mentre ciò non è evidentemente assicurato né dal relativismo etico descrittivo né dal relativismo metaetico). Dall'altro lato, però, è falso che l'universalismo etico normativo legittimi necessariamente la guerra in qualche circostanza. Le dottrine morali universaliste possono infatti essere le più varie quanto al contenuto, e dunque possono essere le più varie anche le posizioni che da esse discendono riguardo alla legittimità della guerra nell'una o nell'altra circostanza.
Neppure si può sostenere che la guerra sia necessariamente legittimata da dottrine universaliste che facciano proprio il valore della democrazia o l'idea dei diritti umani. Se e in quali circostanze la guerra sia legittima dipende, ancora, dal contenuto complessivo di queste dottrine. È certamente probabile che dottrine di questo genere consentano azioni e interventi volti a favorire l'instaurazione di regimi democratici o a garantire la protezione dei diritti umani. Ma questi non saranno necessariamente interventi bellici: sono indubbiamente possibili dottrine universaliste che in ogni circostanza (o in quasi tutte le circostanze) consentano solo forme di intervento che sarebbero giudicate favorevolmente dalla maggior parte dei pacifisti.
(Diciotti)

22.11.09

EDIFICI RELIGIOSI E SENSO DEL SACRO

Chiunque, indipendentemente dalla propria fede, può constatare con quanta superficialità, disattenta o perfino estranea al sentimento religioso, si edificano chiese che sembrano capannoni industriali, case popolari senza nessun rispetto alla simbolicità che dovrebbero avere quelle costruzioni, senza un minimo di attenzione alla ricerca della bellezza. (vedi l'appello al Papa)
L’architettura vive se ha un progetto sociale, e l’architettura religiosa vive se riesce a cogliere e interpretare il sentimento religioso di un popolo: quanto ciò sia difficile lo testimoniano le esperienze degradanti dei moderni edifici destinati al culto. Il problema è nelle mani della committenza ecclesiastica, spesso suggestionata dalle mode delle archistar e dei loro piccoli imitatori, ma il problema è anche nella cultura moderna che ha rinnegato il significato simbolico della bellezza e ha esaltato una visione scientifica del mondo che della bellezza non sa cosa farsene. (Stefano Zecchi)

8.11.09

SUL RELATIVISMO


Sui diritti umani si registrano due posizioni genericamente etichettabili l'una come universalista e l'altra come relativista: cioè tra la posizione di chi ritiene che a tutti spettino determinati diritti e che quindi questi debbano essere dovunque tutelati e la posizione di chi, rilevando che l'idea dei diritti umani appartiene ad una cultura particolare, affermatasi in occidente a partire dal XVII secolo, sostiene che pretendere la validità universale di questi diritti equivale ad adottare una posizione dogmatica sul piano teorico e imperialista su quello pratico. Quasi tutti si dichiarano relativisti. Il loro relativismo si sostanzia essenzialmente nelle seguenti idee: ogni cultura ha la propria morale e noi non abbiamo il diritto di imporre la nostra alle altre culture, così come esse non hanno il diritto di imporre a noi la loro; e un corollario di queste idee che talvolta emerge nella discussione è che, date le profonde differenze tra le diverse culture, sarebbe bene che ognuno restasse dentro la propria, cioè nel proprio paese, invece di migrare e portare scompiglio nel corpo di culture cui è estraneo.
La diffusione del relativismo etico nelle società occidentali è in un certo senso apparente, in quanto dipende principalmente da equivoci verbali e da una certa mancanza di chiarezza sul contenuto, sulle giustificazioni e sulle implicazioni delle diverse tesi che possono essere etichettate come relativiste. Basta fare un po' di chiarezza e il relativismo etico cessa di apparire ragionevole, tranne che in alcuni dei suoi possibili sensi, innocui dal punto di vista politico e più in generale pratico.
Per la verità di Diego Marconi è un ottimo libro per il rigore dell'analisi e la chiarezza dell'esposizione, ma anche un libro necessario, almeno nel nostro paese, per dissolvere il pervasivo fantasma del relativismo.

Il saggio si estende per tre brevi e chiari capitoli – Verità (pp. 3-47), Relativismi (pp. 49-87) e La paura della verità (pp. 89-159), con l’aggiunta di un’Appendice -, i primi due dei quali gettano le basi per una più ampia e matura comprensione dell’ultima sezione sul relativismo morale che, per i temi inequivocabilmente trattati non su come la vita è, ma su come essa dovrebbe esplicarsi, è forse presente all’interno della questione pubblica in maniera maggiore rispetto ai problemi sul relativismo concettuale ed epistemico. Il relativismo morale è una forma di pensiero maggiormente diffusa nel quotidiano, nella fattispecie di quello che Marconi chiama relativismo dell’equivalenza, secondo il quale tra valori e sistemi sociali differenti non sussiste alcuna differenza e, non avendo meta-criteri di giudizio, sarebbe meglio astenersi dal comparare e dal giudicare i valori altrui che, il più delle volte, sembrano condizionati dai gusti personali, dalle scelte di vita e dalle condizioni – spesso costrizioni – sociali in cui si è immersi. La massima apertura al nichilismo etico si configura nella misura in cui, abolita la dimensione morale dell’esistenza e svuotato il vocabolario dell’etica, consideriamo tutti i gusti sullo stesso livello, incapaci di porre una differenza, ad esempio, tra i principi sostenuti dai membri del Ku Klux Klan e dal monaco buddista: incapacità di scelta, incapacità di azione.

In realtà se «le cose sono là fuori e sono come sono indipendentemente da quel che ne possiamo pensare noi, i valori invece, non sono là indipendentemente dal fatto che noi li attribuiamo» (p. 113) ed è quindi errato credere che da una realtà data seguano leggi ed imperativi etici aprioristicamente determinati.
Lontani dalle pretese di dogmatismo e fondamentalismo etico, dovremmo considerare l’intera umanità come una sola persona nel dialogo con se stessa, sensibile a valori diversi e spesso potenzialmente antagonistici tra loro: il giudizio non necessita di alcun punto di vista universale e oggettivo sulla realtà umana. Abbiamo bisogno di riscoprire l’umanità all’interno della sua piena dimensione temporale, abbandonando un dover-essere di sterile concezione metafisica e fondando da homo creator i fondamenti per l’azione morale: è l‘esserci dell’uomo a chiamarlo alla scelta nell’hic et nunc del quotidiano, non in un vuoto libero arbitrio, ma nella piena libertà responsabile.

4.11.09

UN ALBERO SENZA RADICI SI SECCA


Se il cristianesimo, da una parte, ha trovato la sua forma più efficace in Europa, bisogna d’altra parte anche dire che in Europa si è sviluppata una cultura che costituisce la contraddizione in assoluto più radicale non solo del cristianesimo, ma delle tradizioni religiose e morali dell’umanità. La vera contrapposizione che caratterizza il mondo di oggi non è quella tra diverse culture religiose, ma quella tra la radicale emancipazione dell’uomo da Dio, dalle radici della vita, da una parte, e le grandi culture religiose dall’altra. Se si arriverà ad uno scontro delle culture, non sarà per lo scontro delle grandi religioni – da sempre in lotta le une contro le altre ma che, alla fine, hanno anche sempre saputo vivere le une con le altre –, ma sarà per lo scontro tra questa radicale emancipazione dell’uomo e le grandi culture storiche. Così, anche il rifiuto del riferimento a Dio, non è espressione di una tolleranza che vuole proteggere le religioni non teistiche e la dignità degli atei e degli agnostici, ma piuttosto espressione di una coscienza che vorrebbe vedere Dio cancellato definitivamente dalla vita pubblica dell’umanità e accantonato nell’ambito soggettivo di residue culture del passato. Il relativismo, che costituisce il punto di partenza di tutto questo, diventa così un dogmatismo che si crede in possesso della definitiva conoscenza della ragione, ed in diritto di considerare tutto il resto soltanto come uno stadio dell’umanità in fondo superato e che può essere adeguatamente relativizzato. In realtà ciò significa che abbiamo bisogno di radici per sopravvivere e che non dobbiamo perdere Dio di vista, se vogliamo che la dignità umana non sparisca. (Dalla conferenza tenuta da Joseph Ratzinger la sera di venerdì 1 aprile 2005 a Subiaco, al Monastero di Santa Scolastica).

26.10.09

LA MENTE APERTA


Chi ha una mente aperta? Chi ti ascolta, chi ti parla, chi ti capisce. Chi ti viene incontro e ti guarda negli oc­chi sorridente. Chi è interessato agli al­tri, alla loro vita, ai loro problemi, al lo­ro modo di pensare. Chi si arricchisce della loro esperienza. Noi viviamo in gruppi separati. I bambini stanno con i bambini, gli adolescenti fra di loro e co­sì via per tutte le fasce di età. A molte feste date da miei conoscenti i figli — anche non giovanissimi — non si ferma­no, se ne vanno. Non parliamo poi dei gruppi politici e di quelli etnici. La socie­tà è fatta di barriere, di silenzi, di indif­ferenza, di pregiudizi.
Noi assimiliamo i pregiudizi del no­stro gruppo sociale, politico e culturale parlando solo fra di noi, leggendo i no­stri giornali e guardando solo gli spetta­coli televisivi che ci piacciono. E quando incontriamo qualcuno che è odiato dal gruppo proviamo un immediato senso di antipatia. Lo stesso con i libri, con i film, non li sfogliamo neppure, li scartia­mo con disgusto. Una ragione per cui spesso non leggiamo libri molto belli e non guardiamo ottimi film. Perché se­guiamo ciecamente le indicazioni del no­stro gregge.
Eppure, alcune volte, riusciamo a libe­rarci di questa schiavitù del pregiudi­zio, per un istante la nostra mente si apre, abbiano il coraggio di parlare con quella persona, di leggere quel libro, di guardare quel film che avremmo scarta­to e scopriamo stupiti che invece è bello, interessante, divertente. E ci si apre da­vanti una prospettiva a cui non avrem­mo mai pensato. Solo chi ha la mente aperta sa giudicare obbiettivamente. È spaventoso avere un insegnante con la mente chiusa. Non ti capisce, approva solo ciò che corrisponde a quanto pensa lui, premia i più conformisti e condan­na gli innovatori. Figuratevi poi trovar­si un giudice che ti ha già condannato prima di vederti! Quando penso al dan­no provocato da una mente chiusa mi vengono in mente gli effetti delle ideolo­gie fanatiche: i gulag russi, i campi di sterminio tedeschi, gli attentati dei ka­mikaze fra la folla. Perché la mente chiu­sa non è solo ottusa, è anche cattiva.
In ogni essere umano c’è sempre qual­cosa che possiamo scoprire e valorizza­re. Un professore con la mente aperta quando esamina i suoi studenti vede i loro difetti, i loro errori, ma scopre sem­pre anche qualità positive, potenzialità da sviluppare. A volte penso che l’aper­tura della mente sia, nella sua essenza, amore e slancio vitale.
(Alberoni)

4.10.09

IL NICHILISMO


Il termine nichilismo designa in senso generico l'atteggiamento o la dottrina volti a negare in modo definitivo e radicale l'esistenza di qualsiasi valore in sé e l'esistenza di una qualsiasi verità oggettiva. Il nichilismo rappresenta la volontà di negare i valori già esistenti.
Il nichilismo è una concezione delle cose, in base alla quale la realtà sarebbe inesorabilmente destinata a declinare nel nulla, ovvero, dal punto di vista etico, sarebbe indeterminabile o assente una finalità ultima che orienti il corso delle cose e la vita dell'uomo. Dato che l’uomo è limitato e sperimenta ogni giorno questo limite nella morte e nelle sue dolorose anticipazioni, allora egli può essere spinto a considerare - al di là di quanto ne sia cosciente - che il niente sia il vero senso dell’essere. L’affermazione nichilista nega pertanto, in questo senso, vera consistenza alla realtà e di conseguenza esclude che l'uomo possa fare esperienza della verità in quanto tale, considerata come oggettiva e universale.
Il nichilismo dei nostri giorni è più tranquillizzante e consolatorio: predica l’accettazione da parte dell’uomo della propria condizione e l’inutilità delle speranze che sono fuori dalla sua portata.
In Nietzsche il fenomeno del nichilismo viene descritto come segno dei tempi, sintomo della decadenza in cui versa la civiltà; nello stesso tempo, in positivo, il crepuscolo dei valori e degli idoli "con i piedi d'argilla" che hanno dominato la storia dell'Occidente, e quindi nel suo insieme e nel suo avanzare costituisce l'annuncio di una nuova "aurora", la profezia di una nuova era, che sorgerà dalle ceneri della morte dell'uomo così come esso storicamente si è dato, e del Dio che egli ha costruito a propria immagine e somiglianza. Profeta e interprete di questa nuova era sarà dunque non più l'uomo, ma una sorta di figura mitica, designata come l'Oltreuomo (Übermensch), capace di assumere su di sé il senso profondo del nichilismo e superarlo, rendendosi autore e creatore di nuovi valori. Nella fondamentale opera
Così parlò Zarathustra, Nietzsche raffigura la civiltà decadente, il nichilismo e l'Oltreuomo con alcune metafore, quali quella del cammello portatore del peso dei valori e degli idoli che si è creato (la storia umana e la cultura) e che lo appesantiscono nel suo movimento libero e creativo, una sorta di sapere storico che reprime e indebolisce la potenza e la forza dell'istinto di libertà creativa ch'era invece presente in più larga misura in figure e popolazioni che ci hanno preceduto; la figura del leone, il nichilismo stesso ma anche il filosofo distruttore poiché anch'egli immerso anche se in maniera attiva nel processo di decadenza e quindi anch'egli figura del nichilismo ed infine l'aurora oltre l'umano troppo umano: l'Oltreuomo che liberatosi dalle catene della storia quale storia del nichilismo e alleggeritosi dai fardelli del passato che imprigionavano il gioco creativo delle sue facoltà e dei suoi istinti primordiali, come un fanciullo gioca finalmente libero e creatore di sempre più nuove possibilità esistenziali sì che la Terra diventa "luogo di guarigione".
In Nietzsche la parola nichilismo designa l'essenza della crisi che ha investito la civiltà europea moderna: per Nietzsche il nichilismo è un evento che porta con sé decadenza e spaesamento, tanto da costituire una sorta di malattia da cui il mondo moderno è affetto; tale malattia condurrebbe alla disgregazione del soggetto morale, alla debilitazione della volontà e alla perdita del fine ultimo dell'esistenza (nichilismo passivo).
In
Wille zur Macht (La volontà della potenza) egli afferma:
« Ciò che io racconto è la storia dei prossimi due secoli. Io descrivo ciò che viene, ciò che non può fare a meno di venire: l'avvento del nichilismo. Questa storia può già ora essere raccontata; perché la necessità stessa è qui all'opera. Questo futuro parla già per mille segni, questo destino si annunzia dappertutto; per questa musica del futuro tutte le orecchie sono già in ascolto. Tutta la nostra cultura europea si muove in una torturante tensione che cresce da decenni in decenni, come protesa verso una catastrofe: irrequieta, violenta, precipitosa; simile ad una corrente che vuole giungere alla fine, che non riflette più ed ha paura di riflettere. »
A tale condizione seguirebbe, secondo Nietzsche, un risorgimento della volontà legislatrice umana e un superamento della condizione di malattia attraverso una multiforme rivalutazione dell'esistenza (nichilismo attivo) libera da ogni pretesa di verità assoluta. Fondamento del nichilismo è la "morte di Dio", simbolo della perdita di ogni punto di riferimento e massima rivelazione del nulla universale.

LO SPIRITO DELL'UOMO È COMPRESO TRA DUE ALI


Lo spirito dell'uomo è compreso tra due ali che sono la fede e la ragione. Mancando un sola delle due non si può spiccare il volo alla ricerca della verità. Solo con l'utilizzo delle due ali contemporaneamente si può arrivare alla contemplazione della verità. Quindi l'una non esclude l'altra, ma al contrario la completa e la sostiene. La razionalità senza la fede non va da nessuna parte e così la fede senza razionalità. Se Dio ci ha dato entrambe le virtù non possiamo poi utilizzarne una sola per la ricerca della verità. La completezza sta nel fatto che l'una dà forza all'altra nei momenti di vuoto o di orgoglio.
La fede quindi non va accettata ma va pensata, esige di essere pensata.
Nessuna fede può essere accettata se prima non è pensata dall'intelletto, Dio si rivela all'intelligenza, spiega il suo amore. L'amore di Dio viene rilevato e quindi comunicato e l'uomo deve conoscere la rivelazione; il processo della conoscenza passa assolutamente dalla ragione, non vi è altra via. L'ascolto della parola in ogni caso non trova subito la logica accettazione ma spesso la razionalità ha la necessità di ricerca, e questa ricerca si fermerebbe subito se fosse solo analitica quindi affinché la razionalità continui a dare il suo riscontro c'è la necessità della fede di proseguire anche se in quel momento la ragione non da risposte.
La ragione quindi, per perseguire la ricerca e avere le sue risposte, ha spesso la necessità di invocare la fede.
L'uomo naturalmente ha una vocazione per la ricerca della verità ma spesso usa solo un'ala (o la fede o la ragione) e così trova grandi difficoltà perché da sole queste virtù sono incomplete.
La ragione dopo un po' diventa solo speculazione di se stessa e si richiude contorcendosi sulle proprie idee, la fede dopo un po' si inaridisce senza l'interesse della scoperta e della rivelazione che si rivela. L'eterna dialettica delle due cose da necessità alla vita dell'uomo nella sua essenza di essere creato.
L'insidia più grande è quella di non governare più la ragione in virtù di un non chiaro liberalismo religioso dove ognuno può pensare un dio a modo suo.
Due sono i mali del secolo: l'indifferenza e il crearsi una religione e un dio a proprio uso e consumo.
L'emotività spesso ci dà un'etica del momento che si discosta da una verità rilevata, spesso il bene degli uomini passa davanti al sacrificio di un uomo. Spesso si ha la necessità di credere perché lo vuole la nostra natura, lo vuole la nostra ragione, lo vuole la nostra fede, ma il vuoto degli ideali il nichilismo imperante e l'indifferenza più totale ci distolgono dalla cura che si dovrebbe avere della ragione e della fede.
Il nichilismo imperante, causa diretta e indiretta del benessere oltre ogni misura, si combatte solo con una fede in divenire, con una fede in crescita, una fede che va nutrita e curata.
La cura e il nutrimento della nostra fede viene solo dalla ragione. Le due virtù non sono in contrasto ma si completano, sono una il complemento dell'altra.

4.8.09

IL DISPREZZO PER LA FEDE CATTOLICA


Ecco che cosa ha detto Roberto Balducci, vaticanista del Tg3, commentando l'inizio del periodo di riposo del pontefice a Les Combes d'Introd, in Valle d'Aosta: «Domani Papa Ratzinger va in vacanza, dove lo attende il fresco delle montagne, un pianoforte nuovo, un barbecue e un grande ombrellone dove mangiare, leggere e riposare. E ci saranno anche due gatti, uno bianco e nero e uno grigio e anche un po' malandato, ma siamo sicuri che gli strapperanno un sorriso, almeno quanto i proverbiali quattro gatti - forse un po' di più - che hanno ancora il coraggio e la pazienza di ascoltare le sue parole». In poche righe, una palese menzogna e un'offesa gratuita ai cattolici. Per quanto riguarda la menzogna, non occorre essere un principe del giornalismo per sapere che ad ascoltare il Papa e a seguirne l'insegnamento non sono di certo i «quattro gatti, o forse un po' di più» di cui parla Balducci, bensì centinaia di milioni di persone in ogni parte del mondo. Per quanto concerne l'offesa, evidentemente dalle parti del Tg3 considerano i cristiani dei «cretini» che non hanno niente di meglio da fare che andare dietro alle farneticazioni di un vecchio di bianco vestito che ripete cose alle quali solo degli ingenui, dei creduloni o degli sconfitti dalla vita possono prestare fede.
Ed è questo, in fondo, quello che maggiormente infastidisce nel servizio del Tg3: il neanche troppo velato disprezzo per la fede cattolica, non tanto nel suo aspetto dogmatico, quanto nel suo aspetto esistenziale. Risulta intollerabile, agli occhi dei combattenti per la sacra causa del laicismo e del relativismo, che nell'anno 2009, dopo la rivoluzione moderna, dopo le scoperte scientifiche e dopo gli avanzamenti della tecnologia nel dare risposta ai problemi dell'uomo, vi sia ancora chi vede nelle parole «antiche» del Papa la traccia vivente della Verità; chi è disposto a seguire, nell'apparente banalità dell'esperienza quotidiana, il suo insegnamento; chi riconosce nello sguardo del pontefice lo stesso sguardo di colui del quale egli è vicario sulla terra. E, soprattutto,
risulta intollerabile, per coloro che hanno fatto della critica alla religione un a-priori ideologico, che vi sia ancora chi si sente investito da un'onda di bene, di amore e di bellezza ogni volta che dalla bocca del successore di Pietro escono le parole che da duemila anni, senza soluzione di continuità, sono fonte di certezza e gioia per miliardi di uomini in ogni angolo della terra. In mancanza di argomenti, deridere i cristiani e la loro fede è l'ultima spiaggia per gli epigoni del triste e ormai inservibile ateismo marxista.

12.7.09

SULLO SVILUPPO UMANO INTEGRALE


La verità va cercata, trovata ed espressa nell'« economia » della carità, ma la carità a sua volta va compresa, avvalorata e praticata nella luce della verità. In questo modo non avremo solo reso un servizio alla carità, illuminata dalla verità, ma avremo anche contribuito ad accreditare la verità, mostrandone il potere di autenticazione e di persuasione nel concreto del vivere sociale. Cosa, questa, di non poco conto oggi, in un contesto sociale e culturale che relativizza la verità, diventando spesso di essa incurante e ad essa restio.
3. Per questo stretto collegamento con la verità, la carità può essere riconosciuta come espressione autentica di umanità e come elemento di fondamentale importanza nelle relazioni umane, anche di natura pubblica. Solo nella verità la carità risplende e può essere autenticamente vissuta. La verità è luce che dà senso e valore alla carità. Questa luce è, a un tempo, quella della ragione e della fede, attraverso cui l'intelligenza perviene alla verità naturale e soprannaturale della carità: ne coglie il significato di donazione, di accoglienza e di comunione. Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo. L'amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. È il fatale rischio dell'amore in una cultura senza verità. Esso è preda delle emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti, una parola abusata e distorta, fino a significare il contrario. La verità libera la carità dalle strettoie di un emotivismo che la priva di contenuti relazionali e sociali, e di un fideismo che la priva di respiro umano ed universale. Nella verità la carità riflette la dimensione personale e nello stesso tempo pubblica della fede nel Dio biblico, che è insieme « Agápe » e « Lógos »: Carità e Verità, Amore e Parola.
4. Perché piena di verità, la carità può essere dall'uomo compresa nella sua ricchezza di valori, condivisa e comunicata. La verità, infatti, è “lógos” che crea “diá-logos” e quindi comunicazione e comunione. La verità, facendo uscire gli uomini dalle opinioni e dalle sensazioni soggettive, consente loro di portarsi al di là delle determinazioni culturali e storiche e di incontrarsi nella valutazione del valore e della sostanza delle cose. La verità apre e unisce le intelligenze nel lógos dell'amore: è, questo, l'annuncio e la testimonianza cristiana della carità. Nell'attuale contesto sociale e culturale, in cui è diffusa la tendenza a relativizzare il vero, vivere la carità nella verità porta a comprendere che l'adesione ai valori del Cristianesimo è elemento non solo utile, ma indispensabile per la costruzione di una buona società e di un vero sviluppo umano integrale. Un Cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali. In questo modo non ci sarebbe più un vero e proprio posto per Dio nel mondo. Senza la verità, la carità viene relegata in un ambito ristretto e privato di relazioni. È esclusa dai progetti e dai processi di costruzione di uno sviluppo umano di portata universale, nel dialogo tra i saperi e le operatività.
(Caritas in veritate)

2.6.09

L'EUROPA DEVE RITROVARE SE STESSA


Oltre il 70% delle leggi promulgate in Italia non sono altro che la ratifica di direttive provenienti da Bruxelles. In Europa di fatto vengono prese molte decisioni che incidono fortemente sulla vita della gente; trascurare o dimenticare questo particolare crea un vero e proprio deficit di democrazia. Ma l’Europa in questo momento non è più la prosecuzione dell’esperienza di unità miracolosa messa in atto dai tre grandi padri fondatori, De Gasperi, Adenauer, Schuman sulla base delle radici cristiane del continente.
Mons. Luigi Negri, Vescovo di San Marino-Montefeltro in un accorato messaggio alla sua diocesi ha detto: “Per quanto riguarda le elezioni europee, il Vescovo non può non comunicare il suo profondo disagio per atteggiamenti e decisioni che hanno informato, negli ultimi anni, l’unione Europea e le sue strutture operative. Abbiamo assistito a posizioni discriminatorie e vessatorie nei confronti dei valori della tradizione cristiana e anche nei confronti di persone che li testimoniavano coraggiosamente nella vita politica europea.
L’Unione Europea ha preteso più di una volta di interferire nella libertà del magistero papale aprendo pubblicamente polemiche disinformate ed intolleranti. L’Unione Europea e le sue strutture operative sono, oggi come oggi, un luogo di serio e continuo attentato alla libertà della Chiesa ed alla varietà delle culture dei popoli europei. Per questi motivi, il Vescovo ritiene che sia assolutamente necessario, utilizzando la possibilità della preferenza, mandare in Europa personalità di limpida cultura cattolica e disposte al sacrificio di una testimonianza pubblica, anche quando richiedesse sacrifici. Non è certo il momento di mandare in Europa piccoli funzionari che hanno concluso la fase locale della loro carriera politica o personalità stravaganti, ma senza dignità culturale e senza reale amore al bene comune”.

27.5.09

L’UNICA AUTORITÀ MORALE UNIVERSALE


«Non si può pensare di edificare un’autentica “casa comune” europea trascurando l’identità propria dei popoli di questo nostro Continente. Si tratta infatti di un’identità storica, culturale e morale, prima ancora che geografica, economica o politica; un’identità costituita da un insieme di valori universali, che il Cristianesimo ha contribuito a forgiare, acquisendo così un ruolo non soltanto storico, ma fondativo nei confronti dell’Europa. Tali valori, che costituiscono l’anima del Continente, devono restare nell’Europa del terzo millennio come “fermento” di civiltà. Se infatti essi dovessero venir meno, come potrebbe il “vecchio” Continente continuare a svolgere la funzione di “lievito” per il mondo intero? Se i Governi dell’Unione desiderano “avvicinarsi” ai loro cittadini, come potrebbero escludere un elemento essenziale dell’identità europea qual è il Cristianesimo, in cui una vasta maggioranza di loro continua a identificarsi? Non è motivo di sorpresa che l’Europa odierna, mentre ambisce di porsi come una comunità di valori, sembri sempre più spesso contestare che ci siano valori universali ed assoluti? Questa singolare forma di “apostasia” da sé stessa, prima ancora che da Dio, non la induce forse a dubitare della sua stessa identità? Si finisce in questo modo per diffondere la convinzione che la “ponderazione dei beni” sia l’unica via per il discernimento morale e che il bene comune sia sinonimo di compromesso. In realtà, se il compromesso può costituire un legittimo bilanciamento di interessi particolari diversi, si trasforma in male comune ogniqualvolta comporti accordi lesivi della natura dell’uomo.
«Una comunità che si costruisce senza rispettare l’autentica dignità dell’essere umano, dimenticando che ogni persona è creata a immagine di Dio, finisce per non fare il bene di nessuno. Ecco perché appare sempre più indispensabile che l’Europa si guardi da quell’atteggiamento pragmatico, oggi largamente diffuso, che giustifica sistematicamente il compromesso sui valori umani essenziali, come se fosse l’inevitabile accettazione di un presunto male minore. Tale pragmatismo, presentato come equilibrato e realista, in fondo tale non è, proprio perché nega quella dimensione valoriale e ideale, che è inerente alla natura umana. Quando, poi, su un tale pragmatismo si innestano tendenze e correnti laicistiche e relativistiche, si finisce per negare ai cristiani il diritto stesso d’intervenire come tali nel dibattito pubblico o, per lo meno, se ne squalifica il contributo con l’accusa di voler tutelare ingiustificati privilegi. Nell’attuale momento storico e di fronte alle molte sfide che lo segnano, l’Unione europea per essere valida garante dello stato di diritto ed efficace promotrice di valori universali, non può non riconoscere con chiarezza l’esistenza certa di una natura umana stabile e permanente, fonte di diritti comuni a tutti gli individui, compresi coloro stessi che li negano».Si confronti questo testo con i discorsi di qualunque leader europeo.
(dal discorso di Benedetto XVI pronunciato il 24 marzo 2007, a conclusione del convegno indetto dalla Commissione degli episcopati della Comunità europea, sul tema Valori e prospettive per l’Europa di domani, nel 50° anniversario dei Trattati di Roma)

10.5.09

LA RAGIONE E’ NOBILITATA E RESA UMILE DALLA GRANDEZZA DELLA VERITÀ DI DIO

Oggi, con insistenza crescente, alcuni ritengono che la religione fallisca nella sua pretesa di essere, per sua natura, costruttrice di unità e di armonia, un’espressione di comunione fra persone e con Dio. Di fatto, alcuni asseriscono che la religione è necessariamente una causa di divisione nel nostro mondo; e per tale ragione affermano che quanto minor attenzione vien data alla religione nella sfera pubblica, tanto meglio è. Certamente, il contrasto di tensioni e divisioni fra seguaci di differenti tradizioni religiose, purtroppo, non può essere negato. Tuttavia, non si dà anche il caso che spesso sia la manipolazione ideologica della religione, talvolta a scopi politici, il catalizzatore reale delle tensioni e delle divisioni e non di rado anche delle violenze nella società? A fronte di tale situazione, in cui gli oppositori della religione cercano non semplicemente di tacitarne la voce ma di sostituirla con la loro, il bisogno che i credenti siano fedeli ai loro principi e alle loro credenze è sentito in modo quanto mai acuto. Musulmani e Cristiani, proprio a causa del peso della nostra storia comune così spesso segnata da incomprensioni, devono oggi impegnarsi per essere individuati e riconosciuti come adoratori di Dio fedeli alla preghiera, desiderosi di comportarsi e vivere secondo le disposizioni dell’Onnipotente, misericordiosi e compassionevoli, coerenti nel dare testimonianza di tutto ciò che è giusto e buono, sempre memori della comune origine e dignità di ogni persona umana, che resta al vertice del disegno creatore di Dio per il mondo e per la storia.
Oggi desidero far menzione di un compito che ho indicato in diverse occasioni e che credo fermamente Cristiani e Musulmani possano assumersi, in particolare attraverso il loro contributo all’insegnamento e alla ricerca scientifica, come pure al servizio alla società. Tale compito costituisce la sfida a coltivare per il bene, nel contesto della fede e della verità, il vasto potenziale della ragione umana. I Cristiani in effetti descrivono Dio, fra gli altri modi, come Ragione creatrice, che ordina e guida il mondo. E Dio ci dota della capacità a partecipare a questa Ragione e così ad agire in accordo con ciò che è bene. I Musulmani adorano Dio, Creatore del Cielo e della Terra, che ha parlato all’umanità. E quali credenti nell’unico Dio, sappiamo che la ragione umana è in se stessa dono di Dio, e si eleva al piano più alto quando viene illuminata dalla luce della verità di Dio. In realtà, quando la ragione umana umilmente consente ad essere purificata dalla fede non è per nulla indebolita; anzi, è rafforzata nel resistere alla presunzione di andare oltre ai propri limiti. In tal modo, la ragione umana viene rinvigorita nell’impegno di perseguire il suo nobile scopo di servire l’umanità, dando espressione alle nostre comuni aspirazioni più intime, ampliando, piuttosto che manipolarlo o restringerlo, il pubblico dibattito. Pertanto l’adesione genuina alla religione – lungi dal restringere le nostre menti – amplia gli orizzonti della comprensione umana. Ciò protegge la società civile dagli eccessi di un ego ingovernabile, che tende ad assolutizzare il finito e ad eclissare l’infinito; fa sì che la libertà sia esercitata in sinergia con la verità, ed arricchisce la cultura con la conoscenza di ciò che riguarda tutto ciò che è vero, buono e bello. (visita di BXVI in Giordania)

(vedi il programma e i discorsi qui)

3.5.09

AUDITORIUM O CHIESA ?







Nella cura della costruzione delle chiese non bisogna cedere a ideologie che tendono a oscurare la loro presenza nel territorio o a creare uno spazio ibrido che vanifica la percezione del sacro. Queste «ideologie» possono talvolta coincidere con certe mode dell'architettura, del tutto estranee alla tradizione liturgica cristiana. Da una parte ci sono i fedeli che subiscono le architetture più strampalate, i quali, se protestano vengono subito tacciati come «ignoranti» o «retrogradi»; dall'altra parte, le Curie diocesane o i responsabili dei grandi santuari che sembrano fare a gara per rincorrere l'architetto più famoso senza poi avere il coraggio di imporre alcune scelte di fondo. Fino a pochi decenni fa le chiese cattoliche avevano pianta approssimativamente a croce o quadrata. Da pochi decenni a questa parte l'architettura religiosa ha subìto una vera rivoluzione (per dire il meno): perdita del nesso tra il significante e il significato, smarrito il senso estetico, riduzione dell'arte a discorso su sé stessa (e quindi necessitante di un intermediario, cioè del critico capace di interpretarla e "spiegarla", perché ai "non esperti" il messaggio - se c'è - resta criptico).
(Nelle foto la nuova chiesa del quartiere Loreto di Bergamo)

1.5.09

RECUPERARE UN LINGUAGGIO CHE FACCIA COMPRENDERE IL VALORE DEL LUOGO DOVE SI CELEBRA L'EUCARISTIA E IL SUO SENSO PROFONDO


Chiese che assomigliano a enormi garage, chiese opprimenti appesantite da tetti di piombo, chiese che sembrano dei bunker o che s'incorporano a tal punto alle case circostanti da non essere neanche più visibili. L'architettura sacra nei decenni del post concilio ha fatto sorgere nelle nostre città una serie di edifici non solo decisamente brutti, ma soprattutto assolutamente inadeguati a esprimere il senso del sacro, come dimostrano alcune immagini di nuovi edifici di culto cattolici pubblicati in questa pagina.

UNA CHIESA È ANZITUTTO IL LUOGO DELLA PRESENZA FISICA DI DIO












«Entrando in alcune delle chiese moderne – ha scritto Vittorio Messori - viene davvero una gran voglia di pregare, ma di pregare che Dio perdoni l'architetto. Purtroppo dietro all'architettura c'è una teologia: quella della demitizzazione dell'Eucaristia. La chiesa deve essere soltanto un luogo di riunione, un salone dove ci si ritrova ad ascoltare il predicatore. Non si accentua più il sacrificio eucaristico, ma la dimensione del pasto comune».
«La posizione cattolica - spiega Messori - ha sempre tenuto insieme i due aspetti: la chiesa è sì luogo di riunione e di predicazione, ma anche lo scrigno che custodisce l'Ostia Consacrata. Se si banalizza il contenuto, è naturale che si arrivi anche a banalizzare il contenitore. Ad esempio, dietro certe chiese che assomigliano ad anonimi capannoni, c'è la teologia del cristianesimo “anonimo” di Rahner».
Lo scrittore non risparmia critiche agli ecclesiastici: «Credo che i preti debbano essere gli ultimi a parlare perché sono stati loro a sostenere questa teologia e a ritenere che quanto più un architetto è ateo, o musulmano o ebreo, tanto più è titolato a costruire chiese. Vorrei ricordare che proprio a Roma si è voluto che l'architetto autore della chiesa giubilare di Tor Tre Teste non fosse cristiano». «Si costruiscono chiese che assomigliano a depositi industriali - conclude Messori - ma ci si dimentica che quando Stalin decise di costruire la metropolitana di Mosca, volle che fosse la più sfarzosa del mondo perché, disse, anche il popolo ha diritto alle colonne! Così il dittatore comunista, con il suo culto ateistico, aveva intuito ciò che ha sempre spinto la Chiesa a costruire degli edifici belli e anche sfarzosi. Non soltanto perché sono il contenitore dell'Eucaristia, ma anche perché la maggior parte delle persone vive in architetture squallide e almeno nel giorno di festa, andando in chiesa, ritrova la bellezza e il colore dell'arte, le colonne, gli ori e gli stucchi».

19.4.09

BIG MAN ON CAMPUS


“The main reason a book like Orthodoxy is not taught on most campuses is quite simple: It’s too dangerous,” “It changes minds and changes lives.”
Like the author himself, Orthodoxy is many things: a case for Christianity via positive presentation of the Apostles’ Creed and a spiritual autobiography. It is one of his most-quoted books and embraced by Catholics and Protestants alike (Chesterton was not yet Catholic when he wrote it).
“It stands alone in 20th-century literature,” “There is not another book that can possibly be compared with it. Some, like the Argentine writer [Jorge Luis] Borges, consider it a work of art. Some, like Bishop [Fulton] Sheen, consider it a work of philosophy. It is both. It is neither.”
And, says Stratford Caldecott, director of Thomas More College’s Center for Faith and Culture in Oxford (ThomasMoreCollege.edu), the book is written with the common man in mind.
“In general, people are not philosophers — or not consciously so — and they don’t tend to read a huge amount,”. “Orthodoxy does not expect them to plough through long abstract arguments or tons of scholarship. In a sense, it leads you straight to the heart of things — it helps you see the ‘form’ of Christianity, almost at a glance.
“And, it is entertaining to read. In fact, it’s a riot.”
We are “timid prisoners” of a culture “de-Christianized and secularized.”
“I think instead of challenging these institutions some people have been rather conventional in accepting the list of writers approved by people who aren’t very friendly to Christianity” .
Study of Chesterton helps students discover or rediscover Christianity and to realize that “it is not something that an intellectual needs to be ashamed of. It chimes with common sense. It can be defended against anyone.
“They also need to learn from his sense of humor, his love of life, his gratitude for every waking breath. They can learn from his friendships — he remained friends even with his intellectual enemies. They can even learn from his technique, which was to turn something on its head, often, to get to know it better.”
“He’s a great religious teacher,”. “He’s got what the Bible calls the gift of wisdom. Chesterton was a sacramental writer who was always writing about God but seldom using religious language. Stealth evangelization.”
Sounds dangerous.

12.4.09

POSITIVISMO E MATERIALISMO


Entrambe queste ideologie hanno condotto a uno sfrenato entusiasmo per il progresso che, animato da spettacolari scoperte e successi tecnici, malgrado le disastrose esperienze del secolo scorso, determina la concezione della vita di ampi settori della società. Il passato appare, così, solo come uno sfondo buio, sul quale il presente e il futuro risplendono con ammiccanti promesse. A ciò è legata ancora l'utopia di un paradiso sulla terra, a dispetto del fatto che tale utopia si sia dimostrata fallace.
Tipico di questa mentalità è il disinteresse per la storia, che si traduce nell’emarginazione delle scienze storiche. Dove sono attive queste forze ideologiche, la ricerca storica e l’insegnamento della storia all'università e nelle scuole di ogni livello e grado vengono trascurati. Ciò produce una società che, dimentica del proprio passato e quindi sprovvista di criteri acquisiti attraverso l’esperienza, non è più in grado di progettare un’armonica convivenza e un comune impegno nella realizzazione di obiettivi futuri. Tale società si presenta particolarmente vulnerabile alla manipolazione ideologica.
Il pericolo cresce in misura sempre maggiore a causa dell’eccessiva enfasi data alla storia contemporanea, soprattutto quando le ricerche in questo settore sono condizionate da una metodologia ispirata al positivismo e alla sociologia. Vengono ignorati importanti ambiti della realtà storica, perfino intere epoche. Ad esempio, in molti piani di studio l’insegnamento della storia inizia solamente a partire dagli eventi della Rivoluzione Francese. Prodotto inevitabile di tale sviluppo è una società ignara del proprio passato e quindi priva di memoria storica. Non è chi non veda la gravità di una simile conseguenza: come la perdita della memoria provoca nell’individuo la perdita dell’identità, in modo analogo questo fenomeno si verifica per la società nel suo complesso.”

11.4.09

LA TIPICA INTOLLERANZA DEL LAICISMO


Blair sostiene che la Chiesa dovrebbe affrontare una stagione di riforma: «Le religioni organizzate vanno incontro allo stesso dilemma dei partiti politici quando si trovano di fronte a circostanze mutate. Vi è un’enorme differenza generazionale e probabilmente fra le gerarchie religiose vi è il timore che se cedono sul fronte dell’omosessualità chissà dove si potrebbe andare a finire». Se «l’atteggiamento da trincea» assunto dal Vaticano è comprensibile, da un punto di vista dottrinale non è comunque più giustificabile: il sentire comune e i comportamenti sono evoluti nel tempo, e il popolo dei credenti è molto più tollerante. I leader spirituali non possono fare finta di niente. Per loro è necessaria una «rivoluzione silenziosa del pensiero».

Risponde, sul Corriere della Sera, Monsignor Luigi Negri.
«E’ la tipica intolleranza del laicismo. Un' intolleranza pesante, forte, che dice: pensate ciò che volete, ma alla fine dovrete pensarla come noi. La Chiesa parla in base a ciò che è giusto e vero e buono. Deve partire dalla fede e cercare di illuminare grazie alla fede i problemi, i limiti e le difficoltà di una situazione concreta. Qui invece si prende la mentalità dominante, che spesso lo è in senso modernista e anticattolico, e la si fa diventare un valore. La posizione della Chiesa diventa un'opinione: se corrisponde alla mentalità corrente va bene, sennò è negativa». L' ex premier britannico si è convertito al cattolicesimo e dice che tra la gente, nelle parrocchie, la fede si basa piuttosto su «compassione e solidarietà». «Così si fa confusione, si parla di giudizio e misericordia come fossero strutturalmente contrapposti. Mentre invece la misericordia è la modalità cristiana con la quale si esprime la chiarezza di giudizio. Il mondo ha bisogno di verità». Ma nel caso dell' omosessualità e degli omosessuali? «Come diceva Giovanni XXIII: inesorabili verso l' errore, comprensivi verso l' errante. Non potremo mai dire che l' omosessualità è bene ma, attenzione, non potremo mai neppure dire che un omosessuale, per il fatto di esserlo, non può salvarsi. Una volta espresso il giudizio, si vive del massimo di misericordia possibile. Giudizio sulla questione generale, misericordia verso le persone». La posizione sull' omosessualità è un dogma? «No, però c' è una convinzione profonda della Chiesa, la concezione della morale cattolica ritiene che certi comportamenti siano gravemente scorretti dal punto di vista etico».
«Tira quest' aria, l' intolleranza che dicevo: pensala come me, e così vai bene. Una mentalità che vorrebbe insegnarci come dobbiamo essere cattolici».

14.3.09

NON PUOI TAGLIARE LE RADICI DI CUI L’ALBERO VIVE


Non si può congelare l’autorità magisteriale della Chiesa all’anno 1962 – ciò deve essere ben chiaro alla Fraternità. Ma ad alcuni di coloro che si segnalano come grandi difensori del Concilio deve essere pure richiamato alla memoria che il Vaticano II porta in sé l’intera storia dottrinale della Chiesa.”
Chi vuole essere obbediente al Concilio, deve accettare la fede professata nel corso dei secoli e non può tagliare le radici di cui l’albero vive. Nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio. Non ad un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell’amore spinto sino alla fine (cfr Gv 13, 1) – in Gesù Cristo crocifisso e risorto. Il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l’umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più.

.... Condurre gli uomini verso Dio, verso il Dio che parla nella Bibbia: questa è la priorità suprema e fondamentale della Chiesa e del Successore di Pietro in questo tempo.
Da qui deriva come logica conseguenza che dobbiamo avere a cuore l’unità dei credenti. La loro discordia, infatti, la loro contrapposizione interna mette in dubbio la credibilità del loro parlare di Dio. A volte si ha l’impressione che la nostra società abbia bisogno di un gruppo almeno, al quale non riservare alcuna tolleranza; contro il quale poter tranquillamente scagliarsi con odio. E se qualcuno osa avvicinarglisi – in questo caso il Papa – perde anche lui il diritto alla tolleranza e può pure lui essere trattato con odio senza timore e riserbo. (Dalla lettera di Benedetto XVI ai Vescovi del 12.03.2009)

8.3.09

RIFLESSIONI SULLA DIGNITA’ DELLA PERSONA


La ragione e la fede sono due realtà distinte e originali, e il loro accordo non le priva mai della loro identità specifica.
Alla sfera della ragione appartengono le questioni concernenti l'embrione umano e l'unione dell'uomo e della donna nel matrimonio come luogo originario e proprio del sorgere all'essere di una nuova vita umana. Anche se «DIGNITAS PERSONAE» - come del resto l'istruzione DONUM VITAE (1987) - non afferma esplicitamente che l'embrione umano è una persona, invita in ogni caso a considerarlo come tale, rilevando che esiste "un nesso intrinseco tra la dimensione ontologica e il valore specifico di ogni essere umano".
La scienza stessa conferma quest'affermazione. Incapace di stabilire con i suoi metodi l'esistenza dell'anima umana, essa si domanda tuttavia come un individuo umano potrebbe non essere una persona umana. L'istruzione, (cfr. Dignitas personae), riprendendo questo ragionamento, lo esprime in questi termini: "La realtà dell'essere umano, infatti, per tutto il corso della sua vita, prima e dopo la nascita, non consente di affermare né un cambiamento di natura né una gradualità di valore morale, poiché possiede una piena qualificazione antropologica ed etica. L'embrione umano, quindi, ha fin dall'inizio la dignità propria della persona".
È nella linea di questa dignità personale attribuita all'embrione umano che l'istruzione sostiene altresì con forza che il solo luogo adatto al suo sorgere all'essere è l'atto "altamente personale" dell'incontro degli sposi nel matrimonio. Ogni tentativo di minare la consistenza di quest'atto è un oltraggio non solamente alla dignità degli sposi, ma anche alla dignità del frutto della loro unione. Alla dignità personale dell'embrione nel senso appena precisato se ne aggiunge un'altra che deriva dal mondo della fede: la dignità di essere creato "ad immagine e somiglianza di Dio" (cfr. Genesi, 1, 26), umanità - corpo e anima - assunta poi dal Figlio di Dio (cfr. Giovanni, 1, 14) per introdurre ogni uomo come figlio nella famiglia del Padre mediante la fede e il battesimo (cfr. Giovanni, 1, 12; Lettera ai Romani, 8, 15-17; Lettera ai Galati, 4, 5-7; Lettera agli Efesini, 1, 5; Seconda Lettera di Pietro, 1, 4). Ciò significa che l'embrione umano, che inizia a esistere in un momento preciso del tempo, è destinato non solamente a non perdere mai il costitutivo proprio dell'essere, ma a possederlo per sempre, in quanto elevato al livello propriamente filiale, nella gioia eterna della Fonte stessa dell'essere. Questa dimensione del "di più", che conferisce il suo pieno valore sia all'embrione umano sia all'unione degli sposi quale elemento sorgivo del suo esistere, non diminuisce in nulla la consistenza propriamente umana di queste realtà. Questo "di più" la rispetta, la purifica, l'eleva e la perfeziona. Si tratta, dunque, di perfezione non per negazione o per privazione, ma per assunzione e per rispetto dell'humanum.

8.2.09

STATO VEGETATIVO E ACCANIMENTO TERAPEUTICO


Nel caso di Eluana non si può parlare di accanimento terapeutico perché non ci troviamo di fronte a un trattamento che le sta procurando sofferenza, almeno per quanto traspare all’esterno. Peraltro la sofferenza non la si evince soltanto dal fatto che uno si lamenta o dice di avere dolore, ma lo si vede anche da parametri scientifici ben precisi: quando c’è dolore, ad esempio, aumenta la pressione, aumenta la frequenza cardiaca, ci sono insomma parametri oggettivi per cui è possibile capire se un soggetto soffre o no. Nel caso di Eluana i neurologi dicono che questo non accade. Quando papa Giovanni Paolo II ha chiesto, peraltro cosciente, che non venisse attuato accanimento terapeutico in relazione alla patologia di base che lo aveva portato a quel punto, non ha mai chiesto che venisse sospesa l’alimentazione o l’idratazione. Il Papa aveva chiesto di evitargli ulteriori gravosità nella sopportazione della malattia, e proprio per questo l’ha potuto chiedere legittimamente. La legittimità di rifiutare interventi che possono essere sproporzionati per il soggetto viene attuata dal soggetto stesso come dice anche il documento “Iura et bona” sull’eutanasia. La volontà del soggetto è l’elemento fondamentale: è il soggetto che valuta per sé questa condizione e decide se una determinata situazione che sta vivendo è proporzionata o no alla propria capacità di sopportazione, se è efficace o no per affrontare il problema. E questo elemento della volontà attiva del soggetto è il primo che manca nel caso di Eluana. Della volontà di Eluana, oggettivamente, non sappiamo nulla. Quando si deve valutare la proporzionalità di un intervento e quindi l’opportunità di continuarlo, si deve valutare l’obbiettivo per cui viene fatto. Se è terapeutico, per risolvere cioè una situazione patologica, si valuta la sua efficacia. Se non è efficace, lo si interrompe, ma nel caso di Eluana, l’intervento è proporzionato e gli effetti si vedono, tant’è che ha permesso di nutrire una persona per 17 anni, senza procurarle alcuna sofferenza. L’accanimento terapeutico si ha quando i trattamenti non portano alcun beneficio e sono ingiustamente penosi e contrari al bene della persona.

QUANDO VIENE MENO LO SPECIFICO UMANO


«Lasciarla morire, o più esattamente - per chiamare le cose con il loro nome - farla morire di fame e di sete, è oggettivamente, al di là delle intenzioni di chi vuole questo, l'uccisione di un essere umano. Un omicidio. Purtroppo inferto in maniera terribile, senza che nessuno possa essere certo che Eluana non soffrirà».
Di prevaricazioni però in questa vicenda se ne sono già fatte molte. A cominciare dai giudici che hanno applicato una legge che non esiste e che, soprattutto, non hanno tenuto conto della situazione reale di Eluana. Ad ogni modo, lo Stato ha il diritto e il dovere, di proteggere la vita di ogni suo cittadino».
Una legge sul testamento biologico o, meglio, la legge sulla fine della vita ora è necessaria. La parola testamento implica infatti che si disponga di un oggetto, ma la vita non è un oggetto, non è un appartamento o una somma di denaro. La legge dovrebbe evitare sia l'eutanasia sia l'accanimento terapeutico. Ma è ovvio che la nutrizione e l'idratazione non possono essere lasciate alla decisione dei singoli, perché toglierle significa provocare la morte. Se eutanasia significa morte "dolce", "buona", la fine di Eluana sarebbe peggio dell'eutanasia: Eluana morirebbe di fame e di sete. La sua sarebbe una morte pessima».
«In Italia, e ancor più in altri Paesi dell'Occidente, esiste un'emergenza educativa, che rappresenta un'ipoteca sul nostro futuro e ha le sue radici nella mentalità diffusa, secondo la quale non esistono più punti di riferimento che precedano e possano illuminare le nostre scelte. Quando non siamo più d'accordo su cos'è l'uomo, quando l'uomo viene ricondotto totalmente ed esclusivamente alla natura, salta ogni differenza qualitativa, viene meno lo specifico umano, cadono o cambiano radicalmente i parametri educativi. Si aprono così le porte al nichilismo, che nasce, come ha spiegato bene il suo primo sostenitore, Federico Nietzsche, con la "morte di Dio"».
(vedi)

7.2.09

INTERROMPERE UNA VITA E’ ALLUCINANTE E BESTIALE


Così si è espresso Enzo Jannacci nella bella intervista rilasciata ieri al Corriere della Sera. In essa ci ricorda che: “La vita è sempre importante, non soltanto quando è attraente ed emozionante, ma anche se si presenta inerme e indifesa. L’esistenza è uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque.” Ne suggerisco la lettura integrale qui.
Ma la vicenda in corso mi porta a fare alcune considerazioni:
1) La volontà di Eluana. Non esiste alcun documento o testamento che abbia permesso di accertare quanto affermato dal padre o da alcune conoscenti. La sentenza della Corte di Appello è in sostanza una condanna a morte, basata sulle sole dichiarazioni del padre, a seguito delle quali i giudici si sono formati la loro convinzione (?) "vista la straordinaria durata dello stato vegetativo permanente e l'altrettanto straordinaria tensione del suo carattere verso la libertà e la sua visione della vita” (sic!).
2) E’ responsabilità dello Stato garantire e tutelare la vita di tutti. Non ci può essere uno Stato dove ci sono vite che non sono ritenute degne di essere vissute. La vita deve essere tutelata sempre e comunque, in ogni circostanza, dal suo concepimento fino alla sua fine naturale. Non è ammissibile che in Italia dove la Costituzione difende la vita, si possa distruggere la vita.
3) Quello che si profila è l’inizio di una deriva, di un nuovo passaggio , dopo l’aborto, verso la cultura della morte, un passaggio dove la vita perde la sua dignità e il suo valore sacrale. Non è questione di essere insensibili alla sofferenza altrui. Si inizia con il caso pietoso ma l’intento è di estendere la facoltà come atto privato fino all’eutanasia, in nome dell’ideologia del relativismo. Si dice che quella di Eluana non è vita. Che razza di vità è quella di tanti anziani, non più autosufficienti e ammalati, che vivono in uno stato vegetativo in molte strutture pubbliche e private? Perché non si va dal giudice e si chiede di interrompere l’alimentazione, tanto non se ne accorgerebbero minimamente e potrebbero passare a migliore vita con vantaggi per lo Stato e le famiglie?
4) Ancora una volta brilla l’ipocrisia di coloro che non perdono occasione di protestare contro la pena di morte (però solo nel caso di esecuzioni da parte USA) o la caccia alle foche, ma sono poi in prima fila a sostenere il diritto di aborto (uccisione del feto) e il diritto all’eutanasia (uccisione del malato terminale o dell’anziano inutile).
5) Anche su questo caso, davvero lacerante ma rispetto al quale ogni cristiano è in grado di distinguere il grano dalla pula, si fanno sentire i cattolici-contro, quelli cioè che vogliono ad ogni costo far parte della Chiesa cattolica ma ritengono di essere la vera Chiesa, il Movimento per la riforma della Chiesa Cattolica, e pretendono di insegnare al papa ed ai vescovi quello che devono o non devono fare. Leggere per credere. Che tristezza!

26.1.09

RISCOPERTA DELLO SPIRITO


Attorno alla religione è stata intenzionalmente creata una cortina di noncuranza e di ignoranza; ora la fede diventa oggetto di continui attacchi. È significativa la battuta del Nobel Steven Weinberg, che oltretutto è un cosmologo e non un sociologo: «Ci sono persone buone che fanno cose buone e persone cattive che fanno cose cattive, ma se volete trovare gente buona che faccia cose cattive, rivolgetevi alla religione». In alcuni Paesi, questa frase è diventata quasi un proverbio e viene ripetuta dai media e nei bar. È stupefacente che se ne esca con una simile battuta un uomo come Weinberg, che ha vissuto gran parte della sua vita in un secolo, il XX, che ha conosciuto i regimi più oppressivi della storia. È questa l' obiezione che io muovo appena qualcuno tira fuori la battuta di Weinberg. E ottengo, invariabilmente, la seguente risposta: «Ma il comunismo era una religione!». Insomma, per alcuni, la parola "religione" è diventata sinonimo di irrazionalità e addirittura di assassinio. In pratica, c' è ormai chi intende per "religione" un complesso di credenze che può indurre persone buone e pacifiche (che non ucciderebbero neanche una mosca, che so, per conseguire un guadagno personale), a trasformarsi in killer per una "causa". Un modo di pensare abbastanza grossolano, questo. Al quale va mossa un' altra obiezione ancora: Hitler, Stalin, Pol Pot, Mao, eccetera, erano tutti nemici della religione. L' altro effetto negativo della mentalità antireligiosa è il ritardo con il quale viene affrontato il vero problema della violenza che cresce nelle nostre società.
Nel mondo secolarizzato è accaduto che la gente dimenticasse le risposte alle principali domande sulla vita. Ma il peggio è che sono state dimenticate anche le domande. Gli esseri umani - che lo ammettano o no - vivono in uno spazio definito da domande profonde. Qual è il senso della vita? Ci sono modi di vita migliori e peggiori, ma come si riconoscono? Quali sono i modi utili per l' individuo e per la comunità cui appartiene? Qual è il fondamento della mia dignità personale, che io cerco di difendere da me stesso, ogni giorno? Le persone hanno fame di risposte su tutte le questioni e, se ne accorgano oppure no, sentono il bisogno di vedersele risolte da qualcuno.

Charles Taylor