11.3.12

LA CATTIVERIA SPREZZANTE DEI CATTOLICI DI SINISTRA

Anche grandi uomini della sinistra cattolica del passato come La Pira e Dossetti, gente di primissimo ordine, avevano in comune la quasi assoluta impermeabilità all’ironia, alla leggerezza, al senso dell’umorismo e anche della tolleranza per l’avversario. Quando i democristiani di allora ebbero nelle loro file un cattolico dotato di una ironia sferzante e un senso dell’umorismo da premio Nobel, Mario Melloni, lo misero in fuga e quello diventò il corsivista principe dell’ Unità . Tutti i membri di quella antropologia manifestano o hanno manifestato forti idee sociali intransigenti e tassative, ma sopra tutto una velenosa voglia di colpire con rabbia.
Vittorio Messori, un grande intellettuale cattolico, diceva sedici anni fa in una intervista al Mondo mentre Romano Prodi era al governo: «Temo molto più un cattolico di sinistra di un postcomunista. È un gruppo ristretto di gente che scrive sui giornali, va in tv, guida organizzazioni, mentre la maggioranza dei cattolici, che non partecipano alla vita della parrocchia, non si riconosce in Prodi, anzi». E ancora: «C’è sempre un certo ritardo del mondo clericale, che in fondo ha resistito 200 anni alla modernità, per scoprirla con il Concilio Vaticano II quando questa stava per morire. Oggi gli ultimi maoisti sono i frati sudamericani, le ultime a credere nella psicanalisi sono le suore americane. Ecco perché temo molto più un cattolico di sinistra di un postcomunista. È gente che ancora non ha scoperto che dietro termini come solidarietà e stato sociale, così nobili da apparire evangelici, in realtà c’è il trucco. Una mistificazione che spaccia per solidarietà le pensioni ai quarantenni o ai falsi invalidi». Molta retorica sulla povertà e la ricchezza, la prima sempre santa e la seconda sempre merda del diavolo.

21.1.12

UNA INVISIBILE SUPER CASTA

di Ernesto Galli della Loggia
(tratto dal Corriere della Sera)
Non è vero che il contrario della democrazia sia necessariamente la dittatura. C’è almeno un altro regime: l’oligarchia. E tra i due regimi possono esserci poi varie forme intermedie. Una di queste è quella esistente da qualche tempo in Italia. Dove ci sono da un lato un Parlamento e un governo democratici, i quali formalmente legiferano e dirigono, ma dall’altro un ceto di oligarchi i quali, dietro le quinte delle istituzioni democratiche e sottratti di fatto a qualunque controllo reale, compiono scelte decisive, governano più o meno a loro piacere settori cruciali, gestiscono quote enormi di risorse e di potere: essendo tentati spesso e volentieri di abusarne a fini personali. I frequenti casi scoperti negli ultimi anni e nelle ultime settimane hanno aperto squarci inquietanti su tale realtà.
Non si tratta solo dell’alta burocrazia dei ministeri, cioè dei direttori generali. A questi si è andata aggiungendo negli anni una pletora formata da consiglieri di Stato, alti funzionari della presidenza del Consiglio, giudici delle varie magistrature (comprese quelle contabili), dirigenti e membri delle sempre più numerose Authority, e altri consimili, i quali, insieme ai suddetti direttori generali e annidati perlopiù nei gabinetti dei ministri, costituiscono ormai una sorta di vero e proprio governo ombra. Sempre pronti peraltro, come dimostra proprio il caso del governo attuale, a cercare di fare il salto in quello vero.
È un’oligarchia che non è passata attraverso nessuna selezione specifica né alcuna speciale scuola di formazione (giacché noi non abbiamo un’istituzione analoga all’Ena francese). Designati dalla politica con un g r a d o a l t i s s i m o d i arbitrarietà, devono in misura decisiva il proprio incarico a qualche forma di contiguità con il loro designatore, alla disponibilità dimostrata verso le sue esigenze, e infine, o soprattutto, alla condiscendenza, all’intrinsichezza — chiamatela come volete — verso gli ambienti e/o gli interessi implicati nel settore che sono chiamati a gestire. Ma una volta in carriera, l’oligarchia — come si è visto dalle biografie rese note dai giornali — si svincola dalla diretta protezione politica, si autonomizza e tende a costruire rapidamente un potere personale. Grazie al quale ottiene prima di tutto la propria sostanziale inamovibilità.
Sempre gli stessi nomi passano vorticosamente da un posto all’altro, da un gabinetto a un ente, da un tribunale a un ministero, da un incarico extragiudiziale a quello successivo, costruendo così reti di relazioni che possono diventare autentiche reti di complicità, sommando spessissimo incarichi che incarnano casi clamorosi di conflitto d’interessi. E che attraverso doppi e tripli stipendi e prebende varie servono a realizzare redditi più che cospicui, a fruire di benefit e di occasioni, ad avere case, privilegi, vacanze, stili di vita da piccoli nababbi.
Se i politici sono la casta, insomma, l’oligarchia burocratico- funzionariale italiana è molto spesso la super casta. La quale prospera obbedendo scrupolosamente alla prima (tranne il caso eccezionale della Banca d’Italia non si ricorda un alto funzionario che si sia mai opposto ai voleri di un ministro), ma facendo soprattutto gli affari propri. Il governo Monti ha un’agenda fittissima, si sa. Ma se tra le tante cose da fare riuscisse anche a scrivere un rigoroso codice etico per la super casta, sono sicuro che qualche decina di milioni di italiani gliene sarebbe grata.

18.1.12

BENI CULTURALI IN ROVINA PUR DI NON ACCETTARE IL CONTRIBUTO DEI PRIVATI

Che fortuna: nel labirinto burocratico-giudiziario, nel paradiso dei ricorsi e dei commi, l`Italia sta scaraventando via 25 milioni degli odiosi privati di modo che i pezzi del Colosseo in via di sgretolamento per mancato restauro restino saldamente nelle mani dello Stato. Che fortuna: grazie agli acrobati del cavillo, agli ideologi del dirigismo statalista che non scende a patti con quel mostro sociale che sono i «privati», l`Italia non diventerà come gli altri Paesi civili, dove i privati, addirittura incentivati da una demenziale e capitalistica politica di detrazioni fiscali, contribuiscono alla manutenzione e al buon funzionamento di musei, biblioteche, opere d`arte, gioielli architettonici.
Poveri ma di Stato, rimarremo sempre.
Le opere d`arte in malora, ma in malora pubblica, nell`attesa che una sentenza del Tar confermi la sentenza di un altro `Far, che si appoggi su una sentenza della Corte dei Conti e che a sua volta si ispiri a una sentenza del Consiglio di Stato: il tutto in una manciata di inutili e paralizzanti lustri.
Volete mettere il lamento straziante di chi è professionalmente adibito a mungere Fassistenzialismo dì Stato, a supplicare per un`elargizione pubblica, una sovvenzione, una clientela foraggiata, una burocrazia culturale più pingue? Bisogna occupare il Teatro Valle per chiedere piogge di denari statali alla cultura, mica usare quei 25 milioni di euro che il gruppo di Della Valle ha messo a disposizione per restaurare il Colosseo e salvarlo dal cedimento che quel grande anfiteatro sta vivendo ogni giorno, pezzo dopo pezzo.
Dovessero mai altri privati, altri borghesi danarosi, emulare quell`esempio e contribuire a salvare, chissà, Pompei, o i musei che chiudono con le casse vuote, oppure le chiese e i palaz- zi e i capolavori dell`arte di cui è ricca l`Italia e che si stanno dissolvendo, nell`indifferenza generale ma, per fortuna, nella mani dello Stato impotente e onnipotente, squattrinato e in rovina ma pur sempre «pubblico».
C`è sempre la carta bollata di un ricorso, per fortuna del nostro Paese in disfacimento artistico ma pur sempre disfacimento pubblico, a bloccare nei piccoli borghi, nelle cittadine più decentrate, una borghesia diffusa che forse, chissà, per senso del prestigio, per vanità, per dare un segno della propria presenza, per consegnare il proprio nome alla posterità, per senso civico, potrebbe pur contribuire a un moderno mecenatismo che sopperisca alla mancanza di fondi dello Stato e in più fornisca carburante a un senso dell`appartenenza, della corru m ità, ormai sbiadito. C`è sempre un`«istanza superiore» a bloccare tutto, ma non il degrado delle rovine che si disfano per l`incuria pubblica, per la piccineria culturale di un ceto politico e sindacale (è la Uil che ha bloccato tutto) che manda in malora i beni culturali pur di conservare il feticcio del monopolio di Stato. Nella distruzione dei monumenti che muoiono ogni giorno. Pubblici però, non privati.

Da "Il Corriere della Sera" di lunedì 16 gennaio 2012 - di Pierluigi Battista

8.1.12

FEDE E SCIENZA

Il libro pubblicato da Einaudi col titolo La dimensione umana e le sfide della scienza,nel quale si riproduce il  dialogo tra Edoardo Boncinelli, biologo molecolare, e Umberto Galimberti, filosofo, inizia con la risposta alla domanda su quale sia stata la scoperta più importante del Novecento. Boncinelli opta per l'automobile, Galimberti per la bomba atomica. Già qui si intravede la mentalità aperta, ottimista, positivamente orientata verso il fenomeno-vita di Boncinelli, e il pensiero oppressivo, cupo, ostinatamente chiuso nella monotona ripetizione dell'assunto fondamentale da parte di Galimberti, secondo cui la tecnica, da strumento nelle mani dell'uomo, è diventata oggi l'onnipotente padrona che sottomette ogni cosa. Ma perché un credente dovrebbe interessarsi a questo dialogo? Per l'importanza che la religione vi gioca, un'importanza che sembra emergere al di là delle intenzioni dei due interlocutori. In questo libretto, piccolo monumento del laicismo nostrano, le affermazioni contro la religione in sé, il cattolicesimo e il Papa sono abbondanti. Galimberti più di una volta esibisce un autentico disprezzo: "Il Papa dice cose banali"; "la religione cattolica si occupa solo di sesso"; "la Chiesa fonda se stessa sulla negazione dell'uso della ragione", affermazioni che peraltro non sorprendono più di tanto in chi sostiene che "il connotato originale dell'uomo è l'aggressività" e "il nostro originario è la follia". Anche Boncinelli ci mette talora del suo, come quando dice, con chiaro riferimento al cattolicesimo, "la sacralità della vita, altro concetto che non significa nulla". Ma, a parte il fatto già in sé molto significativo che un filosofo ateo e un biologo molecolare dedichino tanto spazio alla religione - a dimostrazione di come la religione rimane un interlocutore imprescindibile in ogni dibattito sull'uomo e sulla sua vita - sono soprattutto alcune affermazioni di Boncinelli a interessare positivamente il credente. Entrambi gli interlocutori guardano alla religione come risposta al senso della vita. Ma mentre Galimberti vede nella categoria del senso "una categoria fideista che non riguarda neppure tutti gli uomini ma solamente noi occidentali", Boncinelli, scopritore dei geni che controllano la moltiplicazione delle cellule nervose nella corteccia cerebrale, dichiara che il nostro cervello "non può fare il proprio lavoro se non trova un senso per ogni passo della propria elaborazione... Ha una necessità biologica di trovare le cause e il senso". È per questo che "la domanda numero uno di ogni essere umano è: che ci faccio, io, qui?", interrogativo esistenziale di importanza decisiva dato che "il nostro cervello non può funzionare se non si pone il più spesso possibile tale genere di domande". Questa fondazione biologica del bisogno di senso è la base su cui lo scienziato confuta la profezia del filosofo sulla fine della religione. Dice Galimberti: "Passata la presente generazione e quella dei nostri figli, entrambe cresciute antropologicamente nell'ipotesi che la vita abbia un senso, non ci sarà più nessuno che chiederà un senso alla vita". Per Boncinelli, al contrario, la religione è insostituibile perché il bisogno di senso è costitutivo dell'uomo: "Per questo la religione non morirà". E se ciò per assurdo dovesse avvenire "la condizione umana peggiorerebbe", perché oltre a soddisfare la tendenza innata dell'uomo a credere, la religione risponde all'esigenza di "medicare una ferita", la ferita delle ingiustizie di cui il mondo è ricolmo. Ne viene che, se "l'uomo in fondo è una verruca sul naso dell'universo" - come afferma nella prima parte del dialogo lo stesso - si tratta di una verruca del tutto particolare, necessitata dalla sua stessa struttura biologica a cercare il senso ultimo di sé, oltre la dimensione del mondo sensibile. Già lo scriveva Wittgenstein nel Tractatus logico-philosophicus del 1921: "Il senso del mondo deve essere fuori di esso". Ma mentre a quel tempo la biologia era apertamente contraria a tale prospettiva, ora essa stessa contribuisce alla sua fondazione.

quadro di Giuseppe Biasi

7.1.12

LA CRITICA DEL PENSIERO CALCOLANTE

di Umberto Galimberti
Di seguito sono riportati i link di una lunga lezione di filosofia di Umberto Galimberti sul pensiero calcolante, un concetto che viene da Heidegger e che individua nel calcolo dell’utile la riduzione del pensiero occidentale. Il professore interviene sull’argomento e cerca un’alternativa in questa conferenza disponibile per intero su youtube e divisa in otto filmati.

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26.12.11

UN MODO NUOVO DELL’ESSERE CRISTIANI

In primo luogo una nuova esperienza della cattolicità, dell’universalità della Chiesa. Parliamo lingue diverse e abbiamo differenti abitudini di vita, differenti forme culturali, e tuttavia ci troviamo subito uniti insieme come una grande famiglia. Separazione e diversità esteriori sono relativizzate. Siamo tutti toccati dall’unico Signore Gesù Cristo, nel quale si è manifestato a noi il vero essere dell’uomo e, insieme, il Volto stesso di Dio. Le nostre preghiere sono le stesse. In virtù dello stesso incontro interiore con Gesù Cristo abbiamo ricevuto nel nostro intimo la stessa formazione della ragione, della volontà e del cuore. E, infine, la comune liturgia costituisce una sorta di patria del cuore e ci unisce in una grande famiglia. Il fatto che tutti gli esseri umani sono fratelli e sorelle è qui non soltanto un’idea, ma diventa una reale esperienza comune che crea gioia. E così abbiamo compreso anche in modo molto concreto che, nonostante tutte le fatiche e le oscurità, è bello appartenere alla Chiesa universale, alla Chiesa cattolica, che il Signore ci ha donato.
Da questo nasce poi un nuovo modo di vivere l’essere uomini, l’essere cristiani. Con il proprio tempo l’uomo dona sempre una parte della propria vita. Il tempo donato ha un senso; proprio nel donare il loro tempo e la loro forza lavorativa possono trovare il tempo, la vita. Il volontariato offre nella fede un pezzo di vita, non perché questo sia stato comandato e non perché con questo ci si guadagna il cielo; neppure perché così si sfugge al pericolo dell’inferno. Non perché si vuole essere perfetti. Non si guarda indietro, a se stessi. Quante volte la vita dei cristiani è caratterizzata dal fatto che guardano soprattutto a se stessi, fanno il bene, per così dire, per se stessi! E quanto è grande la tentazione per tutti gli uomini di essere preoccupati anzitutto di se stessi, di guardare indietro a se stessi, diventando così interiormente vuoti, "statue di sale"! Qui invece non si tratta di perfezionare se stessi o di voler avere la propria vita per se stessi. Si è fatto del bene – anche se quel fare è stato pesante, anche se ha richiesto sacrifici –, semplicemente perché fare il bene è bello, esserci per gli altri è bello. Occorre soltanto osare il salto. Tutto ciò è preceduto dall’incontro con Gesù Cristo, un incontro che accende in noi l’amore per Dio e per gli altri e ci libera dalla ricerca del nostro proprio "io". Una preghiera attribuita a san Francesco Saverio dice: Faccio il bene non perché in cambio entrerò in cielo e neppure perché altrimenti mi potresti mandare all’inferno. Lo faccio, perché Tu sei Tu, il mio Re e mio Signore. In Africa, ad esempio le suore di Madre Teresa si prodigano per i bambini abbandonati, malati, poveri e sofferenti, senza porsi domande su se stesse, e proprio così diventano interiormente ricche e libere. È questo l’atteggiamento propriamente cristiano.
Riconosciamo che abbiamo continuamente bisogno di perdono e che perdono significa responsabilità. Esiste nell’uomo la disponibilità ad amare e la capacità di rispondere a Dio nella fede. Ma proveniente dalla storia peccaminosa dell’uomo (la dottrina della Chiesa parla del peccato originale) esiste anche la tendenza contraria all’amore: la tendenza all’egoismo, al chiudersi in se stessi, anzi, la tendenza al male. Sempre di nuovo la mia anima viene insudiciata da questa forza di gravità in me, che mi attira verso il basso. Perciò abbiamo bisogno dell’umiltà che sempre nuovamente chiede perdono a Dio; che si lascia purificare e che ridesta in noi la forza contraria, la forza positiva del Creatore, che ci attira verso l’alto.

25.12.11

LA CRISI DELLA FEDE

Alla fine dell’anno, l’Europa si trova in una crisi economica e finanziaria che, in ultima analisi, si fonda sulla crisi etica che minaccia il Vecchio Continente. Anche se valori come la solidarietà, l’impegno per gli altri, la responsabilità per i poveri e i sofferenti sono in gran parte indiscussi, manca spesso la forza motivante, capace di indurre il singolo e i grandi gruppi sociali a rinunce e sacrifici. La conoscenza e la volontà non vanno necessariamente di pari passo. La volontà che difende l’interesse personale oscura la conoscenza e la conoscenza indebolita non è in grado di rinfrancare la volontà. Perciò, da questa crisi emergono domande molto fondamentali: dove è la luce che possa illuminare la nostra conoscenza non soltanto di idee generali, ma di imperativi concreti? Dove è la forza che solleva in alto la nostra volontà? Sono domande alle quali il nostro annuncio del Vangelo, la nuova evangelizzazione, deve rispondere, affinché il messaggio diventi avvenimento, l’annuncio diventi vita.
Come annunciare oggi il Vangelo? In che modo la fede, quale forza viva e vitale, può oggi diventare realtà? Gli avvenimenti ecclesiali dell’anno che sta per concludersi sono stati, in definitiva, tutti riferiti a questo tema. Sta sempre di nuovo al centro delle dispute la domanda: che cosa è una riforma della Chiesa? Come avviene? Quali sono le sue vie e i suoi obiettivi? Con preoccupazione, non soltanto i fedeli credenti, ma anche estranei osservano come le persone che vanno regolarmente in chiesa diventino sempre più anziane e il loro numero diminuisca continuamente; come ci sia una stagnazione nelle vocazioni al sacerdozio; come crescano scetticismo e incredulità. Che cosa, dunque, dobbiamo fare? Esistono infinite discussioni sul da farsi perché si abbia un’inversione di tendenza. E certamente occorre fare tante cose. Ma il fare da solo non risolve il problema. Il nocciolo della crisi della Chiesa in Europa è la crisi della fede. Se ad essa non troviamo una risposta, se la fede non riprende vitalità, diventando una profonda convinzione ed una forza reale grazie all’incontro con Gesù Cristo, tutte le altre riforme rimarranno inefficaci.

22.12.11

LA GIOIA

Da dove viene? Come la si spiega? Sicuramente sono molti i fattori che agiscono insieme. Ma quello decisivo è, secondo il mio parere, la certezza proveniente dalla fede: io sono voluto. Ho un compito nella storia. Sono accettato, sono amato.
Josef Pieper, nel suo libro sull’amore, ha mostrato che l’uomo può accettare se stesso solo se è accettato da qualcun altro. Ha bisogno dell’esserci dell’altro che gli dice, non soltanto a parole: è bene che tu ci sia. Solo a partire da un "tu", l’"io" può trovare se stesso. Solo se è accettato, l’"io" può accettare se stesso. Chi non è amato non può neppure amare se stesso. Questo essere accolto viene anzitutto dall’altra persona. Ma ogni accoglienza umana è fragile. In fin dei conti abbiamo bisogno di un’accoglienza incondizionata. Solo se Dio mi accoglie e io ne divento sicuro, so definitivamente: è bene che io ci sia. È bene essere una persona umana. Dove viene meno la percezione dell’uomo di essere accolto da parte di Dio, di essere amato da Lui, la domanda se sia veramente bene esistere come persona umana non trova più alcuna risposta. Il dubbio circa l’esistenza umana diventa sempre più insuperabile. Laddove diventa dominante il dubbio riguardo a Dio, segue inevitabilmente il dubbio circa lo stesso essere uomini. Vediamo oggi come questo dubbio si diffonde. Lo vediamo nella mancanza di gioia, nella tristezza interiore che si può leggere su tanti volti umani. Solo la fede mi dà la certezza: è bene che io ci sia. È bene esistere come persona umana, anche in tempi difficili. La fede rende lieti a partire dal di dentro. (qui)

10.12.11

I QUESITI DI FONDO

28.11.11

È NECESSARIO RAGGIUNGERE UN ORIZZONTE PIÙ AMPIO

Albert Einstein affermava che la realtà, per poter essere spiegata e affrontata, deve essere semplificata e non resa illusoriamente più semplice. Sapere semplificare situazioni complesse è qualità dei leader, spacciare come semplice qualcosa che invece è complicato è difetto dei dilettanti. Oggi si intuisce che in tutto il mondo occidentale si cerca di spiegare la crisi economica in modo apparentemente semplice, indicando soluzioni facilmente attuabili a breve, senza però domandarsi se queste presunte soluzioni non possano addirittura aggravare la crisi stessa.
Il debito pubblico contratto dai vari Paesi non è stato prodotto in contesti assimilabili e non può pertanto essere analizzato in modo omogeneo. In realtà, la sua dimensione, il suo costo, la possibilità di rinnovo alla scadenza — variabili che tanto preoccupano i mercati e i Governi — si possono ridurre e assorbire, in una fase di difficoltà come quella attuale, solo con la crescita economica. Il prelievo fiscale in tutte le sue forme, senza una vera strategia di crescita, che è peraltro in contraddizione con il prelievo fiscale stesso, permette solo di accrescere ulteriormente la spesa pubblica, inevitabile per permettere interventi economici in assenza di sviluppo. La crescita, in un momento come quello attuale, si ottiene solo con l’uso opportuno delle risorse disponibili, per favorire le imprese che creano ricchezza e occupazione sostenibile, pagano le tasse e permettono con queste di assorbire il debito.
Imposte patrimoniali, nuove tasse o surrogati simili, durante una crisi prolungata, riducono o azzerano le risorse per gli investimenti, scoraggiano la fiducia degli investitori, penalizzano il costo del debito pubblico e le possibilità di rinnovo alla sua scadenza. In questo contesto, imporre tasse sui patrimoni e sui redditi equivale a una contro-sussidiarietà suicida dello Stato verso il cittadino. Chi detiene patrimoni leciti, sui quali ha pagato imposte giuste, ha contribuito a creare ricchezza e, proprio grazie a essi, continua a produrla con investimenti e consumi.
Ulteriori prelievi fiscali non sarebbero sinonimo di solidarietà, ma solo di una maggiore spesa pubblica e forse di un debito più alto e di una povertà più diffusa. Imposte alte penalizzano il risparmio, generano sfiducia nella capacità di stimolare la ripresa, colpiscono le famiglie e impediscono la formazione di nuovi nuclei familiari, creano incertezza e precarietà del lavoro. In breve, pongono i presupposti per un’altra fase di sviluppo non sostenibile.
È questa la realtà da spiegare, evitando, per dirla con Einstein, illusorie semplificazioni. Ogni azione importante, per ottenere successo, deve essere chiara nel contesto, negli obiettivi, nelle risorse necessarie e sulla loro organizzazione. Le autentiche soluzioni globali della crisi devono quindi tenere conto di cosa l’ha originata, della sua ampiezza, del tempo e dei mezzi necessari per risolverla. È necessario cioè raggiungere un orizzonte più ampio. Come fece Noè, che alzando lo sguardo riuscì ad andare oltre se stesso e a salvare l’umanità. (Ettore Gotti Tedeschi)

NEGARE LA VITA COMPORTA IL CROLLO DELL' ECONOMIA

Nulla è più razionale di un principio di morale cattolica. Il crollo della natalità, oltre all' umiliazione della dignità umana attraverso le pratiche di aborto ed eutanasia, è l'esempio più evidente di quanto negare la vita comporti il crollo dell' economia. Trent' anni fa - grazie alle tesi malthusiane, rapidamente divulgate e altrettanto rapidamente recepite in un sistema culturale ormai relativista e prenichilista - il mondo occidentale decise di interrompere la natalità per il bene comune, per stare meglio e per non consumare troppo le risorse del pianeta. Riuscendo così a produrre un effetto diametralmente opposto. Infatti poche leggi economiche sono così razionalmente correlate all' andamento della natalità, il negarlo esprime solo l' irrazionalità pseudoscientifica e/o la non rettitudine di intenzioni. Tutti i modelli di crescita economica classici - per citarne qualcuno quelli di Solow e dello stesso Keynes - sono totalmente riferiti alla crescita o decrescita della popolazione e pertanto alla offerta di mano d' opera, alla produttività, alla domanda, agli investimenti e alla creazione di risparmio.
Mi viene da affermare che chi non vuole la crescita della popolazione, in realtà, non voglia la crescita economica e del benessere. Ciò è spiegato dal fatto che costoro vedono nella crescita economica un peggioramento della qualità della vita (di chi può goderne...), un incoraggiamento dei bisogni artificiali, un consumo delle risorse del pianeta ecc. In realtà, essendo la maggior parte di queste affermazioni sbagliate, emerge l' idea più forte che in realtà sia l' uomo (egoista o peggio) a non sopportare il prossimo e a pensare continuamente come sacrificarlo con mezzi «leciti» e politicamente corretti. Anche Caino non sopportava Abele, per lui era di troppo. Era migliore produttivamente e lo umiliava con il risultato dei suoi allevamenti di greggi, ma soprattutto inquinava l' atmosfera. Come? Con i sacrifici (dei migliori montoni del gregge) che offriva, bruciandoli, a Dio. Magari Caino ha pensato di togliere dai piedi Abele quale «capitalista e antiecologista». Ma anche a lui, chi lo avrà mai suggerito?
Alla fine del Settecento, un prete protestante, Thomas Robert Malthus, cercò di fare del sacrificio della crescita della popolazione, una scienza, spiegando «matematicamente» che la crescita della popolazione avrebbe esaurito le risorse disponibili. Nonostante Malthus stesso non sia mai stato in grado di spiegare detta teoria, chissà perché, questa divenne una scienza e si perpetuò fino a giorni nostri, attraverso i neomalthusiani, che negli anni 1968-1975 decretarono che prima del 2000 decine, centinaia di milioni di persone sarebbero morte di fame, soprattutto in Asia e India. Potenza previsionale degli «economisti scienziati», non solo ciò non è successo, ma detti Paesi, grazie alla popolazione, sono diventati benestanti, stanno diventando ricchi e forse ci compreranno.
La crisi in corso nasce grazie al crollo delle nascite nel mondo occidentale che ha avuto inizio intorno al 1975. Detto crollo ha provocato la flessione dello sviluppo economico e l' aumento dei costi fissi grazie all' invecchiamento della popolazione, conseguentemente l' aumento delle imposte e il crollo del tasso di crescita del risparmio prodotto. Per compensare detti fenomeni prima si utilizzarono due modelli corretti: maggior produttività e delocalizzazione, poi, progressivamente, si stimolò la crescita consumistica a debito delle famiglie e, infine, dell' intero sistema economico, fino agli eccessi dei cosiddetti subprime degli ultimi anni, quando gli Usa (pur con una minima crescita di popolazione immigrata) dovettero sostenere con una crescita del Pil la ripresa delle spese militari post terrorismo dei primi anni del Duemila.
Chi va vituperato pertanto? Il banchiere disonesto, come si cerca di insinuare, o il politico superficiale suggestionato dall' economista che lo convince ad aumentare nel suo mandato la crescita del Pil, diminuendo la crescita della popolazione o l' intellettuale supponente che si infastidisce se c' è coda in autostrada o al supermercato e divulga tesi insostenibili? E dove erano i responsabili della tenuta morale della società che dovevano spiegare dottrina e si occupavano invece di sociopolitica?
Dove stanno ora le soluzioni? Io credo stiano anche, o soprattutto, nella soluzione educativa e nella forza della famiglia. Anzitutto sono convinto che l' uomo sia stato creato affinché pensasse prima che lavorasse. Negli ultimi decenni questa capacità di pensare è notevolmente diminuita avendo sostituito i modelli di apprendimento che erano propri della nostra cultura, da «sapere il perché» a «sapere come». È evidente che il modello «sapere come» è più produttivo, a breve, ma alla lunga produce schiavitù di pensiero e ritarda le capacità immaginative e reattive di progettazione di un futuro adeguato alla nostra vocazione. Si ritorni pertanto a insegnare e apprendere il «perché» prima del «come». La forza della famiglia non è solo nella capacità di produrre effetti sociali unici, perché dà fini e identità agli individui, responsabilizza e propone aspirazioni motivate, consapevoli e soggettive. La forza sta anche nel suo valore economico, poiché la famiglia produce impegno, stimolo a realizzare azioni responsabili e finalizzate al sostegno e alla crescita della famiglia stessa. Stimola la produzione, il risparmio, l' investimento, la creazione di ricchezza. Produce stimoli competitivi nell' educazione, formazione, sostegno dei figli, assistenza al suo interno, creando così un valore sostenibile per la società, un motore di produzione di talenti e ricchezza qualitativa e quantitativa. Incoraggiando la ripresa a sposarsi e a fare figli - anche se l' avvenire sembrasse scoraggiante (basta confidare nella grazia e impegnarsi) - avvia immediatamente un ciclo anche economico.
La famiglia non solo produce crescita reale, ma avvia quattro anime economiche che le sono tanto proprie quanto misconosciute: la famiglia quale produttore di reddito, di risparmio, di investimento (in capitale umano soprattutto), di ridistributore di reddito al suo interno. Oggi che le idee per la ripresa mancano, il progetto famiglia ritorna a essere fondamentale. I Paesi preoccupati della non crescita della natalità hanno stabilito fondi a supporto, stanno progettando in tal modo una ripresa dell' economia a medio termine. La Francia ha stanziato qualche tempo fa un 2,5% del Pil, la Germania un 3,2%, la Scandinavia un 4%. L' Italia un 1%...
Se è vero che la famiglia è stata inventata dal cristianesimo, solo questo basterebbe a renderlo benemerito per i valori economici creati nei secoli. È evidente che per credere e realizzare tutto ciò, la maggioranza dovrebbe avere una visione antropologica comune dell' uomo. Però così non è. C' è chi vede nell' uomo una creatura di Dio e chi lo vede cancro dell' universo, altri si limitano a vederlo come puro mezzo di produzione e consumo. Curiosamente i detrattori della dignità della persona vorrebbero oggi un ridimensionamento dello sviluppo che renderebbe impossibile assorbire i costi fissi della nostra struttura economica e sociale e fare investimenti tecnologici. Decrescere oggi significherebbe produrre un sistema dove si devono pagare più tasse, inutilmente. Detti profeti sono gli stessi che scoraggiavano a fare figli. Reagiamo. (Gotti Tedeschi Ettore)

18.11.11

LE DIFFICOLTÀ DEL MOMENTO ATTUALE

Dal discorso del prof. Mario Monti al Senato:

Il Governo riconosce di essere nato per affrontare in spirito costruttivo e unitario una situazione di seria emergenza. Vorrei usare questa espressione: Governo di impegno nazionale. Governo di impegno nazionale significa assumere su di sé il compito di rinsaldare le relazioni civili e istituzionali, fondandole sul senso dello Stato. È il senso dello Stato e la forza delle istituzioni che evitano la degenerazione del senso di famiglia in familismo, dell'appartenenza alla comunità di origine in localismo, del senso del partito in settarismo. Ed io ho inteso, fin dal primo momento, il mio servizio allo Stato non certo con la supponenza di chi, considerato tecnico, venga per dimostrare un'asserita superiorità della tecnica rispetto alla politica; al contrario, spero che il mio Governo e io potremo, nel periodo che ci è messo a disposizione, contribuire, in modo rispettoso e con umiltà, a riconciliare maggiormente - permettetemi di usare questa espressione - i cittadini e le istituzioni, i cittadini alla politica.
Le difficoltà del momento attuale. L'Europa sta vivendo i giorni più difficili dagli anni del secondo dopoguerra. Il progetto che dobbiamo alla lungimiranza di grandi uomini politici, quali furono Konrad Adenauer, Jean Monnet, Robert Schuman e - sottolineo in modo particolare - Alcide De Gasperi, e che per sessant'anni abbiamo perseguito, passo dopo passo, dal Trattato di Roma - non a caso di Roma - all'Atto unico, ai Trattati di Maastricht e di Lisbona, è sottoposto alla prova più grave dalla sua fondazione.
Un fallimento non sarebbe solo deleterio per noi europei. Farebbe venire meno la prospettiva di un mondo più equilibrato in cui l'Europa possa meglio trasmettere i suoi valori ed esercitare il ruolo che ad essa compete, in un mondo sempre più bisognoso di una governance multilaterale efficace.
Non illudiamoci che il progetto europeo possa sopravvivere se dovesse fallire l'Unione monetaria. La fine dell'euro disgregherebbe il mercato unico, le sue regole, le sue istituzioni. Ci riporterebbe là dove l'Europa era negli anni Cinquanta.
La gestione della crisi ha risentito di un difetto di governance e, in prospettiva, dovrà essere superata con azioni a livello europeo. Ma solo se riusciremo ad evitare che qualcuno, con maggiore o minore fondamento, ci consideri l'anello debole dell'Europa, potremo ricominciare a contribuire a pieno titolo all'elaborazione di queste riforme europee. Altrimenti, ci ritroveremo soci di un progetto che non avremo contribuito ad elaborare, ideato da Paesi che, pur avendo a cuore il futuro dell'Europa, hanno a cuore anche i lori interessi nazionali, tra i quali non c'è necessariamente un'Italia forte.
Il futuro dell'euro dipende anche da ciò che farà l'Italia nelle prossime settimane. Anche: non solo, ma anche. Gli investitori internazionali detengono quasi metà del nostro debito pubblico. Dobbiamo convincerli che abbiamo imboccato la strada di una riduzione graduale ma durevole del rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo. Quel rapporto è oggi al medesimo livello al quale era vent'anni fa, ed è il terzo più elevato tra i Paesi dell'OCSE.
Per raggiungere questo obiettivo, intendiamo far leva su tre pilastri: rigore di bilancio, crescita ed equità.
Nel ventennio trascorso l'Italia ha fatto molto per riportare in equilibrio i conti pubblici, sebbene alzando l'imposizione fiscale su lavoratori dipendenti e imprese, più che riducendo in modo permanente la spesa pubblica corrente. Tuttavia, quegli sforzi sono stati frustrati dalla mancanza di crescita. L'assenza di crescita ha annullato i sacrifici fatti. Dobbiamo porci obiettivi ambiziosi sul pareggio di bilancio, sulla discesa del rapporto tra debito e PIL. Ma non saremo credibili, neppure nel perseguimento e nel mantenimento di questi obiettivi, se non ricominceremo a crescere.
Ciò che occorre fare per ricominciare a crescere è noto da tempo. Gli studi dei migliori centri di ricerca italiani avevano individuato le misure necessarie molto prima che esse venissero recepite nei documenti che in questi mesi abbiamo ricevuto dalle istituzioni europee. Non c'è nessuna originalità europea nell'aver individuato ciò che l'Italia deve fare per crescere di più. È un problema del sistema italiano riuscire a decidere e poi ad attuare quanto noi italiani sapevamo bene fosse necessario per la nostra crescita.
Non vediamo i vincoli europei come imposizioni. Anzitutto, permettetemi di dire, e me lo sentirete affermare spesso, che non c'è un "loro" e un "noi". L'Europa siamo noi! E sono per lo più, quelli che poi ci vengono, in un turbinio di messaggi, di lettere e di deliberazioni dalle istituzioni europee, provvedimenti volti a rendere meno ingessata l'economia, a facilitare la nascita di nuove imprese e poi indurne la crescita, migliorare l'efficienza dei servizi offerti dalle amministrazioni pubbliche, favorire l'ingresso nel mondo del lavoro dei giovani e delle donne, le due grandi risorse sprecate del nostro Paese.
L'obiezione che spesso si oppone a queste misure è che esse servono, certo, ma nel breve periodo fanno poco per la crescita. È un'obiezione dietro la quale spesso si maschera - riconosciamolo - chi queste misure non vuole, non tanto perché non hanno effetti sulla crescita nel breve periodo (che è vero che non hanno), ma perché si teme che queste misure ledano gli interessi di qualcuno. Ma, evidentemente, più tardi si comincia, più tardi arriveranno i benefici delle riforme. Ma, soprattutto, le scelte degli investitori che acquistano i nostri titoli pubblici sono guidate sì da convenienze finanziarie immediate, ma - mettiamocelo in testa - sono guidate anche dalle loro aspettative su come sarà l'Italia fra dieci o vent'anni, quando scadranno i titoli che acquistano oggi.
Quindi, non c'è iato tra le cose che dobbiamo o fare oggi o avviare oggi, anche se avranno effetti lontani, perché anche gli investitori, che ci premiano o ci puniscono, agiscono oggi, ma guardano anche agli effetti lontani.
Riforme che hanno effetti anche graduali sulla crescita, influendo sulle aspettative degli investitori, possono riflettersi in una riduzione immediata dei tassi di interesse, con conseguenze positive sulla crescita stessa.
I sacrifici necessari per ridurre il debito e per far ripartire la crescita dovranno essere equi. Maggiore sarà l'equità, più accettabili saranno quei provvedimenti e più ampia - mi auguro - sarà la maggioranza che in Parlamento riterrà di poterli sostenere. Equità significa chiedersi quale sia l'effetto delle riforme non solo sulle componenti relativamente forti della società, quelle che hanno la forza di associarsi, ma anche sui giovani e sulle donne. Dobbiamo renderci conto che, se falliremo e se non troveremo la necessaria unità di intenti, la spontanea evoluzione della crisi finanziaria ci sottoporrà tutti, ma soprattutto le fasce più deboli della popolazione, a condizioni ben più dure.
La crisi che stiamo vivendo è internazionale: questo è ovvio, ma conviene ripeterlo ogni volta, anche ad evitare demonizzazioni.
È internazionale, ma l'Italia ne ha risentito in maniera particolare. Secondo la Commissione europea, al termine del prossimo anno il prodotto interno lordo dell'Italia sarebbe ancora quattro punti e mezzo al di sotto del livello raggiunto prima della crisi. Per la stessa data, l'area dell'euro nel suo complesso avrebbe invece recuperato la perdita di prodotto dovuta alla crisi. Francia e Germania raggiungerebbero il traguardo di riportarsi al livello precrisi nell'anno in corso.
La relativa debolezza della nostra economia precede l'avvio della crisi. Tra il 2001 e il 2007 il prodotto italiano è cresciuto di 6,7 punti percentuali, contro i 12 della media dell'area dell'euro, i 10,8 della Francia e gli 8,3 della Germania. I risultati sono deludenti al Nord come al Sud. E non vi propongo un paragone con la Cina o con altri Paesi emergenti, ma con i nostri colleghi ed amici stretti della zona euro.
La crisi ha colpito più duramente i giovani. Ad esempio, nei 15 Paesi che componevano l'Unione europea fino al 2004, tra il 2007 e il 2010 il tasso di disoccupazione nella classe di età 15-24 anni è aumentato di cinque punti percentuali; in Italia, di 7,6 punti percentuali.
Il nostro Paese rimane caratterizzato da profonde disparità territoriali. Il lungo periodo di bassa crescita e la crisi le hanno accentuate. Esiste una questione meridionale: infrastrutture, disoccupazione, innovazione, rispetto della legalità. I problemi del Mezzogiorno vanno affrontati non nella logica del chiedere di più, ma di una razionale modulazione delle risorse. Esiste anche una questione settentrionale: costo della vita, delocalizzazione, nuove povertà, bassa natalità. Il riequilibrio di bilancio, le riforme strutturali e la coesione territoriale richiedono piena e leale collaborazione tra i diversi livelli istituzionali. Occorre riconoscere il valore costituzionale delle autonomie speciali, nel duplice binario della responsabilità e della reciprocità.
Sono consapevole che sarebbe un'ambizione eccessiva da parte mia e da parte nostra pretendere di risolvere in un arco di tempo limitato, qual è quello che ci separa dalla fine di questa legislatura, problemi che hanno origini profonde e che sono radicati in consuetudini e comportamenti consolidati. Ciò che ci prefiggiamo di fare è impostare il lavoro, mettendo a punto gli strumenti che permettano ai Governi che ci succederanno di proseguire un processo di cambiamento duraturo.
Per questo il programma che vi sottopongo oggi si compone di due parti, che hanno obiettivi e orizzonti temporali diversi. Da un lato, vi è una serie di provvedimenti per affrontare l'emergenza, assicurare la sostenibilità della finanza pubblica, restituire fiducia nelle capacità del nostro Paese di reagire e sostenere una crescita duratura ed equilibrata. Dall'altro lato, si tratta di delineare con iniziative concrete un progetto per modernizzare le strutture economiche e sociali, in modo da ampliare le opportunità per le imprese, i giovani, le donne e tutti i cittadini, in un quadro di ritrovata coesione sociale e territoriale.
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Un innalzamento significativo del tasso di crescita è condizione essenziale non solo del riequilibrio finanziario, ma anche del progresso civile e sociale. In tal senso, una strategia di rilancio della crescita non può prescindere da un'azione determinata ed efficace di contrasto alla criminalità organizzata e a tutte le mafie, che vada a colpire gli interessi economici delle organizzazioni e le loro infiltrazioni nell'economia legale.
Il risanamento della finanza pubblica e il rilancio della crescita contribuiranno a rafforzare la posizione dell'Italia in Europa e, più in generale, la nostra politica estera. Vocazione europeistica, solidarietà atlantica, rapporti con i nostri partner strategici, apertura dei mercati, sicurezza nazionale e internazionale rimarranno i cardini di tale politica.
La gravità della situazione attuale richiede una risposta pronta e decisa nella creazione di condizioni favorevoli alla crescita, nel perseguimento del pareggio di bilancio, con interventi strutturali e con un'equa distribuzione dei sacrifici.
Il tentativo che ci proponiamo di compiere, onorevoli senatori, e che vi chiedo di sostenere, è difficilissimo. E' difficilissimo, sennò ho il sospetto che non mi troverei qui oggi. I margini di successo sono tanto più ridotti, come ha rilevato il Presidente della Repubblica, dopo anni di contrapposizioni e di scontri nella politica nazionale.
Se sapremo cogliere insieme questa opportunità per avviare un confronto costruttivo su scelte e obiettivi di fondo, avremo l'occasione di riscattare il Paese e potremo ristabilire la fiducia nelle sue istituzioni. “Il Parlamento è il cuore pulsante di ogni politica di Governo, lo snodo decisivo per il rilancio e il riscatto della vita democratica. Al Parlamento vanno riconosciute e rafforzate, attraverso l'azione quotidiana di ciascuno di noi, dignità, credibilità e autorevolezza. Da parte mia, da parte nostra, vi sarà sempre una chiara difesa del ruolo di entrambe le Camere quali protagoniste del pubblico dibattito.

8.11.11

7 NOVEMBRE

                             7 novembre, anniversario dell’inizio di un regime «sconosciuto all’umanità», perché prima di esso, come scrive il grandissimo storico ex comunista François Furet, «nessuno Stato al mondo s’è mai dato l’obiettivo di uccidere i propri cittadini o di asservirli», come invece ha fatto per settant’anni l’URSS. Nessuno Stato al mondo prima aveva recintato il proprio territorio ed i propri domini non per impedire invasioni, ma per impedire evasioni, così costituendosi come «prigione dei popoli» (secondo Alain Besançon, nell’URSS il GULag era il campo di concentramento a regime duro, il resto del territorio quello a regime ordinario). Mai prima, sostiene lo storico Bruce Lincoln, «una società […] aveva ucciso i propri componenti con tanta disinvoltura e per ragioni così diverse». Tutto questo perché, dice l’oppositore al regime sovietico e scrittore Vladimir Maksimov, «senza esserne cosciente, l’uomo si era levato, per la prima volta nella storia, non contro le circostanze sociali, ma contro se stesso, contro la propria natura». Altro che «generosa utopia»: l’utopia, proprio in quanto tale, è perversa e nemica dell’uomo, come la storia del comunismo ha dimostrato e dimostra, se è vero, come è vero, che mentre l’URSS è finita, ancora in Cina, in Corea del Nord, a Cuba, in Viet Nam, in Birmania, in Bielorussia, in Venezuela con il «socialismo del XXI secolo, il comunismo terrorizza, affama, imprigiona, uccide…

27.9.11

RISVEGLIARE LA SPERANZA


Colpisce la riluttanza a riconoscere l’esatta serietà della situazione al di là di strumentalizzazioni e partigianerie; amareggia il metodo scombinato con cui a tratti si procede, dando l’impressione che il regolamento dei conti personali sia prevalente rispetto ai compiti istituzionali e al portamento richiesto dalla scena pubblica, specialmente in tempi di austerità. Rattrista il deterioramento del costume e del linguaggio pubblico, nonché la reciproca, sistematica denigrazione, poiché così è il senso civico a corrompersi, complicando ogni ipotesi di rinascimento anche politico. Mortifica soprattutto dover prendere atto di comportamenti non solo contrari al pubblico decoro ma intrinsecamente tristi e vacui. Non è la prima volta che ci occorre di annotarlo: chiunque sceglie la militanza politica, deve essere consapevole «della misura e della sobrietà, della disciplina e dell’onore che comporta, come anche la nostra Costituzione ricorda» (Prolusione al Consiglio Permanente del 21-24 settembre 2009 e del 24-27 gennaio 2011). Si rincorrono, con mesta sollecitudine, racconti che, se comprovati, a livelli diversi rilevano stili di vita difficilmente compatibili con la dignità delle persone e il decoro delle istituzioni e della vita pubblica. Da più parti, nelle ultime settimane, si sono elevate voci che invocavano nostri pronunciamenti. Forse che davvero è mancata in questi anni la voce responsabile del Magistero ecclesiale che chiedeva e chiede orizzonti di vita buona, libera dal pansessualismo e dal relativismo amorale? Annotava giorni fa il professor Franco Casavola, Presidente emerito della Corte Costituzionale: «L’unica voce che denuncia i guasti della società della politica è quella della Chiesa cattolica» (Corriere della sera, 20 settembre 2011).
Tornando allo scenario generale, è l’esibizione talora a colpire. Come colpisce l’ingente mole di strumenti di indagine messa in campo su questi versanti, quando altri restano disattesi e indisturbati. E colpisce la dovizia delle cronache a ciò dedicate. Nessun equivoco tuttavia può qui annidarsi. La responsabilità morale ha una gerarchia interna che si evidenzia da sé, a prescindere dalle strumentalizzazioni che pur non mancano. I comportamenti licenziosi e le relazioni improprie sono in se stessi negativi e producono un danno sociale a prescindere dalla loro notorietà. Ammorbano l’aria e appesantiscono il cammino comune. Tanto più ciò è destinato ad accadere in una società mediatizzata, in cui lo svelamento del torbido, oltre a essere compito di vigilanza, diventa contagioso ed è motore di mercato. Da una situazione abnorme se ne generano altre, e l’equilibrio generale ne risente in maniera progressiva. È nota la difficoltà a innescare la marcia di uno sviluppo che riduca la mancanza di lavoro, ed è noto il peso che i provvedimenti economici hanno caricato sulle famiglie; non si può, rispetto a queste dinamiche, assecondare scelte dissipatorie e banalizzanti. La collettività guarda con sgomento gli attori della scena pubblica e l’immagine del Paese all’esterno ne viene pericolosamente fiaccata. Quando le congiunture si rivelano oggettivamente gravi, e sono rese ancor più complicate da dinamiche e rapporti cristallizzati e insolubili, tanto da inibire seriamente il bene generale, allora non ci sono né vincitori né vinti: ognuno è chiamato a comportamenti responsabili e nobili. La storia ne darà atto.
Solo comportamenti congrui ed esemplari, infatti, commisurati alla durezza della situazione, hanno titolo per convincere a desistere dal pericoloso gioco dei veti e degli egoismi incrociati.

La questione morale, complessivamente intesa, non è un’invenzione mediatica: nella dimensione politica, come in ciascun altro ambito privato o pubblico, essa è un’evenienza grave, che ha in sé un appello urgente. Non è una debolezza esclusiva di una parte soltanto e non riguarda semplicemente i singoli, ma gruppi, strutture, ordinamenti, a proposito dei quali è necessario che ciascuna istituzione rispetti rigorosamente i propri ambiti di competenza e di azione, anche nell’esercizio del reciproco controllo. Nessuno può negare la generosa dedizione e la limpida rettitudine di molti che operano nella gestione della cosa pubblica, come pure dell’economia, della finanza e dell’impresa: a costoro vanno rinnovati stima e convinto incoraggiamento. Si noti tuttavia che la questione morale, quando intacca la politica, ha innegabili incidenze culturali ed educative. Contribuisce, di fatto, a propagare la cultura di un’esistenza facile e gaudente, quando questa dovrebbe lasciare il passo alla cultura della serietà e del sacrificio, fondamentale per imparare a prendere responsabilmente la vita. Ecco perché si tratta non solo di fare in maniera diversa, ma di pensare diversamente: c’è da purificare l’aria, perché le nuove generazioni – crescendo – non restino avvelenate. Chi rientra oggi nella classe dirigente del Paese deve sapere che ha doveri specifici di trasparenza ed economicità: se non altro, per rispettare i cittadini e non umiliare i poveri. Specie in situazioni come quella attuale, ci è d’obbligo richiamare il principio prevalente dell’equità che va assunto con rigore e applicato senza sconti, rendendo meno insopportabili gli aggiustamenti più austeri. È sull’impegno a combattere la corruzione, piovra inesausta dai tentacoli mobilissimi, che la politica oggi è chiamata a severo esame. L’improprio sfruttamento della funzione pubblica è grave per le scelte a cascata che esso determina e per i legami che possono pesare anche a distanza di tempo. Non si capisce quale legittimazione possano avere in un consorzio democratico i comitati di affari che, non previsti dall’ordinamento, si auto-impongono attraverso il reticolo clientelare, andando a intasare la vita pubblica con remunerazioni – in genere – tutt’altro che popolari. E pur tuttavia il loro maggior costo sta nella capziosità dei condizionamenti, nell’intermediazione appaltistica, nei suggerimenti interessati di nomine e promozioni. Al punto in cui siamo, è essenziale drenare tutte le risorse disponibili – intellettuali, economiche e di tempo – convogliandole verso l’utilità comune. Solo per questa via si può salvare dal discredito generalizzato il sistema della rappresentanza, il quale deve dotarsi di anticorpi adeguati, cominciando a riconoscere ai cittadini la titolarità loro dovuta.
Dalla prolusione del card. Bagnasco alla Conferenza Episcopale Italiana di Roma, 26 settembre 2011

LA CHIESA NON DEVE FORSE CAMBIARE?


Da decenni assistiamo ad una diminuzione della pratica religiosa, constatiamo un crescente distanziarsi di una parte notevole di battezzati dalla vita della Chiesa. Emerge la domanda: la Chiesa non deve forse cambiare? Non deve forse, nei suoi uffici e nelle sue strutture, adattarsi al tempo presente, per raggiungere le persone di oggi che sono alla ricerca e in dubbio?
Alla beata Madre Teresa fu richiesto una volta di dire quale fosse, secondo lei, la prima cosa da cambiare nella Chiesa. La sua risposta fu: lei ed io!
Questo piccolo episodio ci rende evidenti due cose: da un lato, la religiosa intende dire all’interlocutore che la Chiesa non sono soltanto gli altri, non soltanto la gerarchia, il papa e i vescovi: Chiesa siamo tutti noi, i battezzati. Dall’altro lato, essa parte effettivamente dal presupposto: sì, c’è motivo per un cambiamento. Esiste un bisogno di cambiamento. Ogni cristiano e la comunità dei credenti sono chiamati ad una continua conversione.
Come deve configurarsi allora concretamente questo cambiamento? Si tratta qui forse di un rinnovamento come lo realizza ad esempio un proprietario di casa attraverso una ristrutturazione o la tinteggiatura del suo stabile? Oppure si tratta qui di una correzione, per riprendere la rotta e percorrere in modo più spedito e diretto un cammino? Certamente, questi ed altri aspetti hanno importanza. Ma per quanto riguarda la Chiesa, il motivo fondamentale del cambiamento è la missione apostolica dei discepoli e della Chiesa stessa.
Infatti, la Chiesa deve sempre di nuovo verificare la sua fedeltà a questa missione. I tre Vangeli sinottici mettono in luce diversi aspetti del mandato di tale missione: la missione si basa sull’esperienza personale: "Voi siete testimoni" (Lc 24, 48); si esprime in relazioni: "Fate discepoli tutti i popoli" (Mt 28, 19); trasmette un messaggio universale: "Proclamate il Vangelo a ogni creatura" (Mc 16, 15). A causa delle pretese e dei condizionamenti del mondo, però, la testimonianza viene ripetutamente offuscata, vengono alienate le relazioni e viene relativizzato il messaggio. Se poi la Chiesa, come dice papa Paolo VI, "cerca di modellare se stessa secondo il tipo che Cristo le propone, avviene che la Chiesa si distingue profondamente dall'ambiente umano, in cui essa pur vive, o a cui essa si avvicina" (Lettera enciclica "Ecclesiam suam", 60). Per compiere la sua missione, essa prenderà continuamente le distanze dal suo ambiente, deve, per così dire, essere "demondanizzata".
Nello sviluppo storico della Chiesa si manifesta, però, anche una tendenza contraria: quella cioè di una Chiesa che si accomoda in questo mondo, diventa autosufficiente e si adatta ai criteri del mondo. Essa dà così all’organizzazione e all’istituzionalizzazione un’importanza maggiore che non alla sua chiamata all’apertura.
Gli esempi storici mostrano che la testimonianza missionaria di una Chiesa "demondanizzata" emerge in modo più chiaro. Liberata dal suo fardello materiale e politico, la Chiesa può dedicarsi meglio e in modo veramente cristiano al mondo intero, può essere veramente aperta al mondo. Può nuovamente vivere con più scioltezza la sua chiamata al ministero dell’adorazione di Dio e al servizio del prossimo. Il compito missionario, che è legato all’adorazione cristiana e dovrebbe determinare la struttura della Chiesa, si rende visibile in modo più chiaro.
Non si tratta qui di trovare una nuova tattica per rilanciare la Chiesa. Si tratta piuttosto di deporre tutto ciò che è soltanto tattica e di cercare la piena sincerità, che non trascura né reprime alcunché della verità del nostro oggi, ma realizza la fede pienamente nell’oggi vivendola, appunto, totalmente nella sobrietà dell’oggi, portandola alla sua piena identità, togliendo da essa ciò che solo apparentemente è fede, ma in verità sono convenzioni ed abitudini.
Vi è una ragione in più per ritenere che sia nuovamente l’ora di togliere coraggiosamente ciò che vi è di mondano nella Chiesa. Questo non vuol dire ritirarsi dal mondo. Una Chiesa alleggerita degli elementi mondani è capace di comunicare agli uomini – ai sofferenti come a coloro che li aiutano – proprio anche nell’ambito sociale-caritativo, la particolare forza vitale della fede cristiana. "La carità non è per la Chiesa una specie di attività di assistenza sociale che si potrebbe anche lasciare ad altri, ma appartiene alla sua natura, è espressione irrinunciabile della sua stessa essenza" (Lettera enciclica "Deus caritas est", 25). Certamente, anche le opere caritative della Chiesa devono continuamente prestare attenzione all’esigenza di un adeguato distacco dal mondo per evitare che, di fronte ad un crescente allontanamento dalla Chiesa, le loro radici si secchino. Solo il profondo rapporto con Dio rende possibile una piena attenzione all’uomo, così come senza l’attenzione al prossimo s’impoverisce il rapporto con Dio.
Essere aperti alle vicende del mondo significa quindi, per la Chiesa "demondanizzata", testimoniare, secondo il Vangelo, con parole ed opere qui ed oggi la signoria dell’amore di Dio. E questo compito, inoltre, rimanda al di là del mondo presente: la vita presente, infatti, include il legame con la vita eterna. Viviamo come singoli e come comunità della Chiesa la semplicità di un grande amore che, nel mondo, è insieme la cosa più facile e più difficile, perché esige nulla di più e nulla di meno che il donare se stessi.
Dal discorso di Benedetto XVI a Friburgo in Brisgovia, 25 settembre 2011

11.9.11

RICORDO E IMPEGNO


Il beato John Henry Newman ci ha insegnato a distinguere fra comprensione speculativa e reale. La prima, per quanto importante, resta astratta e concettuale. La seconda è concreta ed esperienziale, e sprona all’azione. La tragedia dell’11 settembre evoca la comprensione viva di quattro verità.
La prima: la passione e la convinzione religiose possono stimolare il bene, ma possono anche alimentare il fanatismo mortale. Per divenire dono di sé, l’impegno religioso deve essere temperato dal discernimento della ragione. Un importante testo del Nuovo Testamento, spesso citato da Benedetto XVI, è l’inizio del dodicesimo capitolo della Lettera ai Romani. In esso l’apostolo ci esorta a impegnarci nel «culto spirituale» (logikèn latrèian). Questo culto «secondo il logos» comporta che «l’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore» (Romani, 13, 10). Per il Papa la fede autentica non può disprezzare la ragione, ma la purifica e la perfeziona.
La seconda verità è che molto spesso diamo per scontato e non riusciamo a riconoscere la preziosità del dono della vita e dell’amore. Molti giovani, dopo l’11 settembre, hanno riletto l’enciclica del beato Giovanni Paolo II Evangelium vitae e ciò li ha sfidati a fare propria, in modo più pieno, quella visione di un umanesimo integrale. Sono arrivati a comprendere che una visione veramente cattolica integra la sollecitudine per il feto nel grembo materno, per la vedova e per l’orfano, per il rifugiato e per l’anziano. Non mette questi interessi in competizione fra loro, ma li inserisce in un impegno unico per il Signore che è venuto affinché «tutti abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Giovanni, 10, 10).
In terzo luogo, l’11 settembre ha rivelato in modo traumatico la precarietà assoluta della vita umana. Tutte le nostre aspirazioni e i nostri traguardi possono essere spazzati via in un attimo. «Come l’erba sono i giorni dell’uomo. Lo investe il vento e più non esiste» lamenta il salmista (103, 15-16). Alla luce di questa consapevolezza tutti possono sicuramente prendere a cuore l’esortazione della tradizione buddista: «Siate consapevoli!». La sfida spirituale rivolta a ciascuno è di essere consapevoli del momento attuale e della presenza preziosa dell’altro. La tradizione biblica, echeggiata quotidianamente nella liturgia delle Ore, insiste: «Se ascoltaste oggi la sua voce! “Non indurite il cuore”» (Salmi, 95, 7-8)! E tanto spesso la voce di Dio parla attraverso la voce del nostro prossimo, attraverso la sua gioia e la sua speranza, il suo dolore e la sua afflizione.
Infine, rimane il ricordo più vivido di quel giorno terribile, non cioè l’odio dei terroristi, ma il sacrificio coraggioso dei soccorritori, i primi a reagire. Sia che fossero cristiani o ebrei, musulmani o di nessuna fede religiosa dichiarata, quegli uomini e quelle donne hanno osservato l’insegnamento di Gesù: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Giovanni, 15, 13). La loro è stata una solidarietà vissuta, anche fino alla morte.
Tuttavia, la speranza cattolica trascende perfino questa generosa solidarietà terrena. Non si limita soltanto alla vita attuale. La nostra grande speranza comprende anche la risurrezione dai morti e la vita del mondo che verrà. Come scrive Benedetto XVI nella sua splendida enciclica Spe salvi: «Dovremmo renderci conto che nessun uomo è una monade chiusa in se stessa. Le nostre esistenze sono in profonda comunione tra loro, mediante molteplici interazioni sono concatenate una con l’altra. Nessuno vive da solo. Nessuno pecca da solo. Nessuno viene salvato da solo. Continuamente entra nella mia vita quella degli altri: in ciò che penso, dico, faccio, opero. E viceversa, la mia vita entra in quella degli altri: nel male come nel bene. Così la mia intercessione per l’altro non è affatto una cosa a lui estranea, una cosa esterna, neppure dopo la morte. Nell’intreccio dell’essere, il mio ringraziamento a lui, la mia preghiera per lui può significare una piccola tappa della sua purificazione. E con ciò non c’è bisogno di convertire il tempo terreno nel tempo di Dio: nella comunione delle anime viene superato il semplice tempo terreno. Non è mai troppo tardi per toccare il cuore dell’altro né è mai inutile» (48).
Queste sono la preghiera e la speranza che i credenti recheranno nel cuore quando si riuniranno nel giorno del Signore per ricordare il decimo anniversario dell’11 settembre e per celebrare, ancora una volta, la comunione di tutti in Cristo.
Robert Imbelli
Dall’Osservatore romano dell’ 11 settembre 2011

NULLA GIUSTIFICA IL TERRORISMO

Nel decennale degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 il Papa ha inviato all’arcivescovo di New York monsignor Timothy M. Dolan, presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, la seguente lettera.
Grazia a lei e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo!
In questo giorno, rivolgo i miei pensieri ai tristi eventi dell’11 settembre 2001, quando così tante vite innocenti sono andate perdute nel brutale attentato alle torri gemelle del World Trade Center e negli altri attacchi a Washington D.C. e in Pennsylvania. Mi unisco a lei nell’affidare le migliaia di vittime alla misericordia infinita di Dio Onnipotente e nel chiedere al nostro Padre celeste di continuare a confortare quanti piangono la perdita dei loro cari.
La tragedia di quel giorno è resa ancor più grave dalla rivendicazione dei suoi autori di agire in nome di Dio. Ancora una volta, bisogna affermare senza equivoci che nessuna circostanza può mai giustificare atti di terrorismo. Ogni vita umana è preziosa allo sguardo di Dio e non bisognerebbe lesinare alcuno sforzo nel tentativo di promuovere nel mondo un rispetto autentico per i diritti inalienabili e la dignità degli individui e dei popoli ovunque.
Il popolo americano deve essere lodato per il coraggio e la generosità che ha dimostrato nelle operazioni di soccorso e per la sua tenacia nell’andare avanti con speranza e fiducia. Prego con fervore affinché un fermo impegno per la giustizia e per una cultura globale di solidarietà aiuti a liberare il mondo dal rancore che così spesso scatena atti di violenza e crei le condizioni per una pace e una prosperità maggiori, offrendo un futuro più luminoso e più sicuro.
Con questi sentimenti, porgo i miei saluti più affettuosi a lei, ai suoi fratelli Vescovi e a tutti coloro che sono affidati alla vostra sollecitudine pastorale e imparto volentieri la mia Benedizione Apostolica quale pegno di pace e di serenità nel Signore.
Dal Vaticano, 11 settembre 2011

18.3.11

FUKUSHIMA


Fin dalle prime ore successive al terremoto che ha colpito il Giappone, si è visto come la centrale avesse subito dei danni. La rottura di una diga aveva interrotto l’afflusso d’acqua per il raffreddamento dei reattori, e inoltre non poche crepe iniziavano a farsi evidenti sulle strutture, molto delicate. Il governo e la società di gestione, la Tepco, all’inizio hanno cercato di minimizzare i danni, ma alla fine hanno dovuto cedere.
La verità dei fatti stava diventando troppo grossa e grave per nasconderla, visti anche i ripetuti scoppi e le esplosioni che hanno liberato nell’aria chi lo sa quante sostanze velenose e radioattive. La popolazione, già stremata per lo tsunami, è stata quindi evacuata, e solo il personale della centrale ha continuato il suo lavoro.
Ma nella giornata del 15 marzo 2011, 750 operai sono stati portati in salvo, in vista del peggio. Se si escludono alcuni dispersi, nell’intera area sono ormai presenti solo 50 tecnici, che si sono offerti volontari per alzata di mano. Nelle loro forze risiede la speranza di un popolo intero di evitare un disastro nucleare.
La paura per la contaminazione si unisce ai turni di lavoro massacranti, ma i 50 eroi non possono cedere, perché la centrale continua a fare le bizze, e il pericolo si è allargato anche ad altri reattori (almeno 4 avrebbero già subito perdite radioattive, e le esplosioni ormai non si contano più).
Gli incendi si susseguono, e loro sono protetti solo da quelle tute che sembrano davvero poca cosa in confronto alla minaccia. Loro però non si vogliono arrendere all’apocalisse, e proseguono nel loro lavoro: tamponare, raffreddare, spegnere incendi.

23.2.11

MONASTERO DI TATEV



















La parola "tatev" in armeno vuole dire "dare le ali". Il monastero di Tatev, a 316 chilometri da Yerevan, è stato costruito nel IX secolo, sulle rovine di un antico tempio pagano. L'Armenia era il primo paese al mondo ad adottare il cristianesimo come religione di Stato e doveva combattere con il paganesimo.

5.2.11

SE PREVALE LA TENDENZA A NEGARE LA PROPRIA IDENTITÀ STORICA E CULTURALE

di Roger Scruton


Noi europei apprezziamo la Democrazia perché ci garantisce il controllo sui nostri governi e riteniamo avere un governo che ci controlla, ma che non può essere controllato da noi sia uno dei peggiori mali in politica. Tuttavia, molte leggi imposte agli europei sono redatte da burocrati che non sono mai stati eletti e che non devono rendere conto dei propri errori. Alcune delle più importanti sentenze riguardanti la nostra vita sono emesse dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, composta di giudici non eletti, molti dei quali provenienti da paesi che non hanno una lunga esperienza dello stato di diritto. Voi in Italia avete avuto di recente un’esperienza in tal senso, con una sentenza che intendeva far rimuovere i crocefissi dalle vostre aule scolastiche, in quanto lesivi dei diritti umani.

La maggior parte di noi vede le migliaia di direttive irreversibili emanate dalla Commissione europea, le sentenze a motivazione ideologica della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo come una minaccia alla democrazia. Ma sembra non esserci modo di riformare tali istituzioni atto ad evitare il problema.
Senza che nessuno lo volesse, noi europei siamo giunti ad una situazione in cui la maggior parte delle nostre leggi ci vengono imposte da persone che non sono mai state elette e che non si assumono la responsabilità dei propri errori.

Alcuni sono disposti a convivere con il problema, ritenendo che i benefici dell’Unione Europea superino i costi. Altri – in particolar modo gli ‘Euroscettici’ del mio paese- credono che i costi superino i benefici. Per loro, questa confisca del potere decisionale da parte di élite non elette è un difetto esiziale del progetto Europeo. Qualsiasi punto di vista si abbracci, è di certo palese che lo spostamento verso una governance globale è un movimento che ci allontana dalla democrazia.

Si può ritenere che la globalizzazione sia inevitabile. Possiamo altresì credere che essa non debba sconfinare nell’ambito del sistema di governo. Per un vero democratico la globalizzazione è qualcosa che deve essere contrastata dalla politica e non da essa assorbita.

Immaginiamo un villaggio che commercia con i paesi vicini, coi quali vive in rapporti pacifici. Tutte le decisioni che riguardano il villaggio nel suo insieme vengono prese da un Consiglio eletto. A sua volta tale Consiglio invia un suo rappresentante al governo centrale per sostenere gli interessi del villaggio nell’Assemblea nazionale. La storia ci dice che tale processo è il migliore che si possa realizzare democraticamente. Possiamo immaginare più livelli di rappresentanza tra il villaggio ed il governo: la rappresentanza a livello di contea, di regione, di cantone, etc. Il principio è però chiaro: democrazia significa controllo dal basso, ove è il popolo che decide.

Supponiamo, ora, che ci sia un movimento di riforma politica per cui il villaggio è un’entità troppo piccola per prendere le decisioni necessarie al bene comune. Il villaggio deve essere, quindi, considerato, a fini elettorali, come parte di una grande città dalla quale dista dieci chilometri. I motivi sono facili da immaginare: le relazioni commerciali, gli interessi reciproci e le esigenze di buon vicinato sono minacciati dall’autonomia del villaggio. Per esempio, può rendersi necessaria una strada esterna alla città, per risolvere il problema del congestionamento del traffico. L’unica strada possibile, però, passa vicino al villaggio, turbando così la tranquillità di cui gli abitanti del villaggio godevano precedentemente. Il villaggio ovviamente voterà per opporsi alla strada che quindi non sarà costruita. Tuttavia, se il villaggio fosse inglobato nella città, il numero di voti degli abitanti del villaggio verrebbe superato da quello degli abitanti della città, giungendo dunque alla realizzazione della strada. L’ allargamento del livello di governo ha comportato una perdita di democrazia del villaggio.

Quanto detto illustra un principio generale: quanto più ampia la sfera d’azione di un sistema di governo, tanto minore è il controllo che le persone hanno sull’ ambiente circostante. Ciò è illustrato molto chiaramente in materia di infrastrutture e pianificazione. I villaggi svizzeri hanno mantenuto molti dei diritti democratici che altrove sono stati ‘confiscati’ per mano dei governi centrali. Di conseguenza, si constata che è impossibile costruire ampie autostrade in molti passi alpini, poiché le popolazioni locali votano puntualmente contro tali proposte. Il traffico nella Svizzera rurale è marcatamente più lento che non altrove, ed i confini dei villaggi sono notevolmente più chiari e netti.

In Francia le autostrade sono decretate dal governo, i terreni sono acquisiti per decreto e soltanto l’Assemblea Nazionale può avere voce in capitolo.
Di conseguenza il traffico è più snello in Francia, l’economia nazionale ne beneficia e la vita nei pressi delle autostrade è un inferno. La Francia è dunque più democratica rispetto alla Svizzera o lo è meno?

Alcuni potrebbero obiettare che il potere dei villaggi e dei cantoni svizzeri impedisce progetti che potrebbero apportare benefici all’intero paese e perciò va contro la volontà della maggioranza. In Francia, invece, la facoltà del governo centrale di non tenere conto degli interessi locali significa che il bene comune può essere promosso a dispetto degli egoismi locali e la maggioranza ha un ruolo preponderante nelle decisioni che la riguarda.

Altri potrebbero dire che il fatto di privare le collettività locali di poteri decisionali e il loro esercizio da parte del governo centrale, significa una perdita di democrazia, poiché implica che le decisioni non siano più prese da coloro che sono direttamente interessati e che la voce delle collettività umane reali è raramente ascoltata. Quale interpretazione dobbiamo dare a ciò?

Quando un gruppo di stati-nazione si unisce per creare un’Unione che abbia poteri legislativi, ognuno di essi perde il diritto di prendere decisioni inerenti materie a carattere nazionale, in cambio della partecipazione alle decisioni che riguardano il gruppo nel suo insieme.

Quando e in relazione a cosa è giustificato tutto ciò? Un trattato tra stati confinanti per difendere i rispettivi territori da attacchi esterni è un contratto di facile lettura. Nessuna delle due parti perde più di quanto non guadagni e, allo stesso tempo, ciascuno mantiene il controllo sovrano sulle proprie questioni interne. Tale contratto per la difesa reciproca non implica reali cessioni di sovranità ed esso stesso è soggetto ad un controllo democratico. La popolazione di ogni stato può votare per rescindere il contratto in ogni momento. I trattati bilaterali sono stati, quindi, raramente visti come minacce alla democrazia: al contrario, essi sono stati spesso percepiti come il risultato naturale del processo democratico, in base a cui il popolo conferisce ai propri governi la libertà ed il dovere di agire nel loro interesse.

I trattati multilaterali potrebbero non costituire alcuna minaccia alla sovranità degli stati o al processo democratico. Perfino quando tali trattati danno vita a delle istituzioni burocratiche destinate all’agenda condivisa – come nel caso della NATO, ad esempio - non costituiscono una minaccia alla democrazia, nella misura in cui non vanno al di là dello scopo per il quale sono stati firmati. I firmatari conservano la sovranità in ogni ambito, inclusi quelli relativi al trattato. Sebbene essi abbiano degli obblighi nel trattato, questi ultimi sorgono soltanto in determinate circostanze e sono liberamente accettati dal parlamento nazionale come il prezzo da pagare per i benefici.

I trattati multilaterali sono un mezzo per gestire la globalizzazione. Man mano che gli stati diventano sempre più soggetti alle pressioni esterne, essi possono unirsi per stabilire trattati e procedure per resistere a tali pressioni: trattati per proteggere i loro ambienti condivisi, le risorse naturali condivise (come il patrimonio ittico e le risorse idriche), ovvero preoccupazioni condivise nell’ ambito della sicurezza. Il punto più importante è che un trattato, così come ogni contratto, conferisce un potere di veto ai singoli firmatari. Se i termini non sono rispettati da una delle parti, gli altri sono liberi di ritirarsi e così il trattato viene annullato.

In tal senso i trattati possono essere utilizzati per controllare la globalizzazione e per assoggettarla alla disciplina della democrazia, proprio come il processo politico in Svizzera è soggetto alla disciplina della democrazia locale attraverso la richiesta del consenso delle collettività locali per le decisioni che le riguardano.
Non tutti i trattati però hanno caratteristiche contrattuali. Dalla fine della seconda guerra mondiale un nuovo tipo di trattato è divenuto comune, un contratto in cui le parti hanno rinunciato alla loro capacità decisionale nelle aree regolate dal trattato, per trasferirla ad organismi che i loro elettorati nazionali non possono controllare.

L’Unione Europea ne è un caso paradigmatico. Così come il Tribunale Penale Internazionale, l’Organizzazione Mondiale per il Commercio e la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, l’Unione Europea è una forma di globalizzazione e non un tentativo di resistervi. Nonostante siano stabilite da un trattato, queste istituzioni confiscano i poteri legislativi dei loro membri ed impongono agli stati-nazioni leggi e normative per le quali le loro popolazioni non voterebbero mai, ma che non possono respingere.

Si considerino le disposizioni relative alla libertà di circolazione sancite dal Trattato di Roma. Esse garantiscono ai cittadini europei il diritto alla libera circolazione su tutto il territorio dell’Unione per cercare lavoro. Al momento della firma del Trattato di Roma sussisteva in certa misura una parità dei tassi di reddito e di occupazione delle nazioni interessate, e nessuno prevedeva il verificarsi di migrazioni di massa da un capo all’altro del continente. Se i cittadini italiani fossero stati consultati sulla questione, avrebbero certamente votato per un emendamento al Trattato volto a non includere la clausola della libertà di circolazione, ovvero si sarebbero opposti all’adesione della Romania all’Unione europea. Ma i cittadini non sono stati consultati e pertanto gli italiani sono costretti ad accettare l’immigrazione di cittadini rumeni, sebbene molti siano fortemente contrari a tale fenomeno. Non dico che gli italiani abbiano ragione, ma questo è ciò che provano. Inoltre, ritengono che sia un loro diritto democratico, attraverso i loro rappresentanti politici, imporre controlli all’immigrazione: dopo tutto è pur sempre il loro paese. Questo diritto gli è stato vietato. Qualsiasi preferenza esprimano alle elezioni, i cittadini italiani non possono fare niente per reclamare che il loro paese sia loro restituito.

Questo è un esempio di una critica che viene mossa in tutti i paesi del Nord e dell’Ovest dell’Unione. Abbiamo perso il controllo delle nostre frontiere e non esiste alcun modo per riconquistarlo che sia compatibile con lo status di Stati membri dell’Ue. Inoltre, non esiste alcun modo per modificare le istituzioni europee al fine di affrontare tale fenomeno. Le disposizioni sancite dal Trattato non sono come le leggi ordinarie: non possono essere corrette dai Parlamenti e, una volta entrate in vigore, sono effettivamente irreversibili, o reversibili solo se si rifiutasse il Trattato e l’intera sovrastruttura istituzionale e procedurale costruita su di esso. Nessun partito politico ha il coraggio di farlo, dal momento che le conseguenze sono incalcolabili.

Coloro che hanno concepito i Trattati di Maastricht e di Lisbona erano consapevoli della perdita di credibilità dell’Ue di fronte ai cittadini dell’Europa. Tuttavia, erano membri di una nuova classe politica, convintamente transnazionale, ben retribuita nella vita professionale e dipendente dagli apparati europei per i propri privilegi. Tale classe politica forma parte dell’economia globale. Si relaziona con maggiore facilità con il settore delle aziende multinazionali che con le collettività locali, intrattiene rapporti con le élites di altri luoghi e ricopre senza attriti gli incarichi artificiali creati all’interno dell’Ue.

Un tipico esempio di tale classe è il nostro nuovo ministro degli Esteri, la baronessa Ashton. Nessuno in Gran Bretagna sapeva chi fosse quando fu annunciata la sua nomina. Non è mai stata eletta a nessuna delle cariche che ha occupato, è arrivata alla Camera dei Lord tramite il partito laburista e la relativa rete di ONG senza attirare l’attenzione su di sé, ed è stata nominata come nostra rappresentante per gli affari esteri senza che nessuno nel mio paese, eccetto i suoi amici membri della nuova classe politica, abbia potuto esprimere la propria opinione in merito. Tale classe politica è molto più interessante per le aziende multinazionali della gente comune, dato che controlla una macchina legislativa che passa sopra le teste dei cittadini. Attraverso l’attività di lobby a Bruxelles, le grandi industrie del mondo possono modificare le leggi di ogni nazione in loro favore.

In qualità di membri di tale classe politica, coloro che redigono i trattati UE sono ovviamente attenti a salvaguardare la loro posizione. Sono stati compiuti molti sforzi per creare una sorta di ‘simil-democrazia’ in cui un Parlamento Potemkin simula di prendere in esame la legislazione e simula di esercitare il proprio diritto di veto sulla stessa, ma nella quale, in realtà, nessuna nazione all’interno dell’Unione può far valere il proprio potere di veto. I Trattati ci rassicurano che è in vigore il principio della ‘sussidiarietà’, secondo il quale le decisioni devono sempre essere prese al più basso livello possibile, ma allo stesso tempo implicano che sono l’UE e la Commissione a decidere quale sia tale livello. Pertanto, la sussidiarietà è semplicemente un altro termine per indicare quel controllo esercitato dall’alto verso il basso che ha confiscato i nostri poteri legislativi nazionali, garantendocene l’esercizio solo nei casi in cui ce li concedono dei funzionari non eletti.

Ciò a cui stiamo assistendo nell’UE, e anche all’interno delle nuove forme di Tribunali internazionali e di agenzie di regolazione come l’OMC e le agenzie delle Nazioni Unite, è la globalizzazione della politica. Piuttosto che difendere la sovranità nazionale dall’invasione globale, il processo politico sostiene l’invasione globale a scapito dello stato-nazione.

Ci si potrebbe chiedere: perché no? Cosa c’è di sbagliato in questo? Dal momento che viviamo in una società globale, non abbiamo forse bisogno di un governo globale per risolvere i nostri problemi comuni? Il problema di tale approccio è che ignora il principio sul quale ogni democrazia basa la propria legittimità, ovvero l’identità nazionale. In una democrazia i cittadini si identificano come parte di una prima persona plurale, un ‘noi’ che si fonda sull’eredità del passato e sulla storia, si manifesta nella lingua, nella religione e nell’attaccamento al territorio e alla comunità. In Europa tale ‘noi’ è un ‘noi’ nazionale, ed è a tale concetto che i politici fanno ricorso per ottenere il consenso dei cittadini per scelte politiche che possono comportare sacrifici nel breve termine.

Gli italiani vogliono un governo che difenda e promuova l’interesse nazionale italiano. Non vogliono un governo che promuova gli interessi di una classe politica internazionale, ovvero della rete globale delle multinazionali. Tuttavia, un numero sempre maggiore delle loro leggi sono imposte da quella classe politica, sotto la pressione delle aziende che svolgono attività di lobby.

Cosa dovremmo fare, dunque? Il mio parere personale è che, senza dei cambiamenti radicali, l’UE entrerà in un periodo di crisi. Un numero crescente delle sue decisioni saranno eluse o respinte, e i cittadini cercheranno in ogni modo di riconquistare quei poteri dei quali sono stati erroneamente privati a favore dell’UE. In un modo o in nell’altro l’UE deve cessare di fungere da agente della globalizzazione e diventare un centro di resistenza ad essa, uno strumento per imporre l’ordine politico sull’entropia economica e sociale. Ritengo che l’unico modo per raggiungere tale obiettivo sia ristabilire la sovranità nazionale in tutte quelle aree in cui è stata persa: definire come raggiungere tale obiettivo spetta, tuttavia, ai politici e non a un semplice filosofo.